«Il male che curavo vuole prendere me»

La battaglia quotidiana di Davide Cassine, chirurgo oncologico: «Ho scritto un libro sul senso della vita»

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Un uomo che guarda l’orizzonte: l’im­­magine in a­pertura di articolo è tratta dalla copertina di “Io e lei”. Storia di un medico e della sua malattia” (Lindau Editore). Una foto che «può riferirsi tanto a un’alba quanto a un tramonto. Non è possibile capire se sia un sole che sorge o che cala. Come la mia situazione, è assolutamente indecifrabile: non so se sto percorrendo l’ultimo tratto della mia vita, e quindi quello è il mio tramonto, o se quella che prospetta è l’alba di qualcuno che, come avviene raramente, riesce a sfuggire alle statistiche. A parlare con tanta nettezza è Davide Cas­sine, chirurgo originario di Che­ra­sco di 57 anni, che lavora presso la struttura complessa Maxiemergenza 118 della Regione Pie­monte. Un brillante chirurgo oncologo per anni al fianco del primario di chirurgia delle “Molinette” di Torino, Gian Ruggero Fronda e a sua volta primario in un ospedale torinese, si è trovato all’improvviso catapultato al di là della barricata, colpito dalla malattia che ha sempre combattuto e che non gli lascia grandi speranze di so­pravvivenza.

«Per le malattie gravi c’è quella che si chiama la prognosi, ov­vero ciò che ci si aspetta dal­la storia na­turale di quella patologia. Io ho una prognosi pes­si­ma: tumore di quarto stadio al rene destro, tolto, che però ha dato metastasi polmonare. Di quelli come me, a cinque anni dall’intervento, solo un’esigua minoranza sopravvive. Io sono arrivato a 4 anni e non posso non tenere conto della mia prognosi, avendo lavorato per 20 anni a contatto con gli ammalati di cancro». 

In questo caso, forse, ignorare è meglio che sapere.

«La morte è sempre un tabù. Ho notato che i miei colleghi, pur avendo le conoscenze e sapendo della mia prognosi, non riescono ad accettare la possibilità della mia morte. Una collega mi ha detto “Guarirai. Nei prossimi mesi vedrai che esce un farmaco…” Può essere, ma è più facile che muoia nel giro di un anno, un anno e mezzo. Per l’amico a cui vogliono bene quei numeri, che di solito maneggiano con competenza, non valgono più. Questo mi devasta, perché io non posso sentirmi dire che guarirò, se mi metto in quell’ordine di idee finisce che vado via di testa. Io, invece, voglio stare nella realtà e la mia realtà è che ho un’aspettativa di vita limitata e l’accetto, non posso fare altro. Avendo studiato le esperienze di premorte ed essendo entrato in contatto con persone care defunte tramite sensitivi ho la consapevolezza di una sopravvivenza della nostra essenza, della nostra coscienza al di fuori del corpo».

A tal proposito, la medianità è uno dei temi toccati. Ha un valore particolare se un uomo di scienza, “credente alla sua ma­niera” parla di premorte e di sensitivi…
«Sono arrivato a Paola Giovetti (scrittrice e giornalista esperta di paranormale, parapsicologia e spiritualità, ndr) al termine di una fase di desolazione personale che mi ha portato a scriverle e lei, tra le centinaia di mail che riceve ogni giorno, è stata attratta dalla mia, che non era nulla di particolare. È nata una bella amicizia, che mi ha permesso di fare un percorso che mi ha consentito di entrare in contatto anche con mio padre defunto. Tra quelli che hanno letto il libro, molti mi hanno riferito di essere stati colpiti da questo aspetto, perché conoscendomi sanno che sono un san Tom­maso. Ho letto molti libri su questi temi, sulla premorte, ci sono studi serissimi che testimoniano come la coscienza non sia dentro il corpo, o meglio, dimora nel corpo ma in certi casi può uscirne rimanendo intatta. Alla fine del libro ho inserito un capitolo in cui immagino la mai morte e quello che può succedere “oltre”». 

Ha scoperto il suo cancro poco do­po aver ottenuto il ruolo di primario in un ospedale di Torino, a coronamento di un percorso professionale notevole, iniziato contro lo scetticismo di molti, con la scelta della facoltà di medicina, dopo il diploma da ragioniere. Incarico che ha dovuto lasciare per il cancro. Un rammarico in più?
«Quello al rene è un tumore bizzarro che preso all’inizio ha ottime possibilità di guarigione, ma può diventare devastante e ha un decorso anomalo, magari sta fermo per anni e sappiamo che è estremamente sensibile allo stress. Fare il primario di chirurgia è uno dei lavori più stressanti che esistano, per cui non ho avuto dubbi. Ho ricevuto una proposta dalla struttura complessa maxiemergenza 118 della Regione Pie­mon­te e ho trovato un posto di lavoro più adatto alle mie condizioni».

Spera di tornare a operare come chirurgo? 

«Ci spero, come ho scritto: “quanto tutto sembra buio, c’è sempre una luce da qualche parte”. Ma in questo momento non sono attratto dall’idea di tornare in reparto. Dopo la malattia sento dentro di me il bisogno di andare a operare nelle missioni in un Paese del Terzo mondo dove so di poter fare la differenza. Sette o otto anni fa avrei detto “non pos­so”, pur essendo un mio de­siderio da tempo: non potevo permettermi di andare via per mesi».  

Dal suo libro, come pure dalla chiacchierata, colpisce l’estrema lucidità con cui affronta la situazione…

«Anche io ho le mie flessioni: la bestia c’è e la sento. Quando mi sveglio ho quei due minuti di torpore, poi mi sento il macigno sulle spalle. Il che non significa che per questo sia devastato in continuo, ma è una presenza costante; fa parte della mia quotidianità e ogni tanto ho difficoltà a ricordarmi come era la mia vita prima. Grazie al mestiere che faccio e alla mia sensibilità sono riuscito a incanalare la malattia e ho cercato di capire  qualcosa in più sul senso della vita»