«È la speranza il dono di Natale che vale di più»

Don Antonio Mazzi ci racconta il lavoro svolto con Exodus al fianco dei giovani: «Oggi sono più fragili e per aiutarli servono educatori che sappiano essere d’esempio»

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«La speranza, questo vuole essere il mio regalo di Na­ta­­le, perché nessuno deve mai perdere la speranza». Antonio Mazzi, 93 anni, prete ed educatore originario di Verona, racconta il suo Vangelo e i suoi tanti anni di impegno a Milano a fianco dei giovani e degli ultimi. Sempre.

Quando ha scoperto la vocazione di diventare prete?
«Durante l’alluvione del Po­lesine negli Anni Cinquanta. Frequentavo l’oratorio, la parrocchia. Quando successe questa tragedia il vescovo di allora aprì le porte e tantissimi sfollati si riversarono in queste strutture. Era gente che non aveva più nulla, tanti bambini e ragazzi senza genitori. Decisi allora, vedendo tanta tristezza e distruzione, che volevo fare il prete perché volevo essere il padre di tutti i ragazzi in difficoltà. Andai dal vescovo a spiegarglielo e ricordo ancora che lui mi disse: prima devi convertirti. Mi sono convertito anche se io sono un prete originale».

Dal Veneto a Milano, parco Lambro: che situazione c’era in quegli anni?

«In quella zona c’era l’inferno. Io avevo una scuola professionale lì vicino, i miei ragazzi en­travano in contatto con questa realtà. Così ci sono entrato an­che io, sono andato a parlare, a cercare questi ragazzi. Nel parco Lambro è nata la mia comunità Exodus. Allora i tossici erano ragazzi distrutti dall’eroina nella mente ma anche nel fisico. Vivevano come animali, incattiviti. Ho visto scene terribili. Oggi non sono più così distrutti, ma le sostanze sono altrettanto pericolose, se non di più. Anche perché oggi le dipendenze pericolose sono anche quelle dall’alcol e dal gioco».

Che cosa è cambiato in meglio e in peggio di don Mazzi in questi anni?
«Non lo so, io ho sempre cercato di essere autentico. Mi scoccia la grande burocrazia della chiesa, possibile che la messa non possa diventare più calda? L’altare dovrebbe stare in mezzo alla chiesa, io nella messa vorrei dire il Padre Nostro all’inizio, perché è la preghiera più grande. Contiene tutto il Vangelo in sintesi: il pane quotidiano, il perdono, la solidarietà. Il problema, però, non è andare in chiesa ma essere veramente cristiani. In questi anni io sono stato sempre lo stesso. Vivo in una cameretta nella mia comunità, mi alzo alle 6 e sto con i miei ragazzi. La mia parrocchia è il parco Lambro».

Come sono cambiati i giovani?
«Rispetto a quarant’anni fa sono più fragili. Allora il tossico viveva nella miseria, come un animale, l’eroina lo devastava. Alla società faceva pena e rabbia. Oggi il dipendente dalle sostanze non perde i denti, i capelli. Adopera tutti i tipi di sostanze chimiche che spesso costano niente ma hanno effetti tremendi su corpo e mente, meno visibili ma terribili. Alle droghe si mescola l’alcol, con effetti devastanti. E c’è anche molta dipendenza da gioco. Mi preoccupa molto la fragilità dei giovani di oggi, cascano nella prima cosa che gli arriva sotto mano. Bisogna cambiare il mo­do di aiutarli. Gli educatori devono avere personalità, essere di esempio. Essere testimoni di chi ce l’ha fatta: ci sono operatori a Exodus che hanno vissuto il carcere, poi la comunità e ora si dedicano ai ragazzi disagiati con una grande esperienza, vissuta sulla propria pelle e sono di esempio. Di questo hanno bisogno i giovani di oggi».

La scuola che ruolo deve avere nell’educazione e nella formazione dei ragazzi?

«Ha un’importanza fondamentale, ma va cambiata, radicalmente. Partendo dalla scuola me­dia. Questi sono gli anni in cui i ragazzi nascono di nuovo: il corpo esplode, nuove sensazioni, ci si sente grandi ma non lo si è. I ragazzi vanno accompagnati, non sono solo numeri e voti sul registro. La scuola deve insegnare a educare. E la scuola media va cambiata radicalmente, bisogna preparare gli insegnanti ad affrontare le nuove emergenze. I professori dovrebbero fare esperienze nelle realtà difficili, essere educatori prima che insegnanti. Sono davvero molto preoccupato per i ragazzi che hanno tra i 10 e i 14 anni. Abbiamo svolto un’indagine in una scuola professionale femminile: il 45 per cento delle studentesse si taglia, cioè compie atti di autolesionismo. Sono segnali di un profondo disagio. Hanno bisogno di relazioni vere. Sì, lo psichiatra, d’accordo, ma scuola, famiglia, Chiesa e Stato facciano la loro parte. Di recente ho fatto un incontro in una prima media, un ragazzino mi ha chiesto se avessi avuto esperienze di suicidi. A 11 anni, ma ci rendiamo conto?».

E la famiglia come deve affrontare le difficoltà dei figli adolescenti?
«Ad esempio recuperando lo spirito della cena in famiglia come momento intimo della sera. Una volta era così. E poi è fondamentale che i padri facciano i padri, gli adolescenti hanno bisogno del papà in questa fase della vita soprattutto. I padri vanno a giocare, cambiano i pannolini, portano a scuola i figli, fanno gli amici, niente di male, ma non interpretano più la figura del padre che è quella di colui che aiuta il figlio a uscire nel mondo, ad affrontare i problemi. Io ho perso mio padre che avevo 6 mesi, so quanto mi è mancata questa figura e se non fosse stato per mio nonno non so che fine avrei fatto. Ho voluto fare il prete per essere prima di tutto il padre dei miei ragazzi. La mia comunità non è mai stata chiusa, proprio perché un papà riprende sempre i suoi figli. Il padre deve avere sensibilità e disciplina, dolcezza e serietà. Si può anche sbagliare, non bisogna aver paura di sbagliare, l’importante è chiedere aiuto. E bisogna avere fiducia del figlio che sbaglia come insegna Gesù nella parabola del figliol prodigo nel Vangelo. Il figliol prodigo ai nostri giorni è il figlio disagiato, tossico, pieno di problemi che il padre deve accogliere. Io dico sempre: l’importante è seminare ogni giorno, poi qualche cosa arriva. Non si può avere la pretesa di salvare tutti, ma bisogna sempre provarci. Ricordate: non siate pessimisti, siate figli della speranza».