Alto contrasto | Aumenta dimensione carattere | Leggi il testo dell'articolo
Home Articoli Rivista Idea «Il mio amico Severino che sa immortalare i valori più autentici»

«Il mio amico Severino che sa immortalare i valori più autentici»

Il fotografo albese Bruno Murialdo omaggia il collega Marcato: «Ama il suo lavoro ed è un professionista molto sensibile; nel cuore porta gli ultimi. Io e lui spesso insieme, dall’alluvione all’Africa» 

0
1

Ho conosciuto Se­verino Marcato mol­ti anni fa, quan­do lavorava per Famiglia Cristiana: andavamo spesso a correre insieme, entrambi innamorati del­le Langhe e della fotografia. Da allora le nostre vite si sono incrociate molte volte, come è normale per due fotografi che hanno scelto di lavorare nella stessa zona, io per La Stampa e lui per Gazzetta d’Al­ba. Oltre quel ruolo, avevamo e abbiamo entrambi i nostri impegni che ci portano in giro per il mon­do. Due ami­ci diversi ma simili nell’apprezzare la vita; mai in competizione, ma sempre solidali nell’aiutarsi quando le circostanze lo richiedono. Per raccontare la figura di Severino bisogna conoscerla bene: è un fotografo sensibile, innamorato del suo lavoro, un fo­toreporter che ha sempre af­frontato i suoi impegni senza badare alle difficoltà o agli ora­ri, instancabile e nobile come la sua vocazione. Se­ve­rino, per chi non lo conoscesse bene, è stato determinante per moltissimi reportage di Famiglia Cristiana nei Paesi poveri del mondo. Mentre io mi occupavo dell’America Latina, lui era impegnato in Africa o nel deserto del Ciad. I suoi reportage vanno oltre la fotografia, diventano quasi sempre gesti di impegno. La sua vocazione di cattolico impegnato lo ha indirizzato verso un profondo legame con tutti i poveri del mondo.

Ricordo in particolare un viag­­gio che facemmo insieme in Burkina Faso. Insistette molto perché ci andassi an­ch’io, voleva che vedessi, capissi e documentassi la sofferenza e l’emarginazione di quel popolo, composto da molte anime costrette a vivere in un inferno: donne abbandonate, orfani di madri e padri, morti di Aids e lebbra. Attraverso quell’esperienza ho potuto comprendere a fondo il suo impegno: nel suo piccolo, fa miracoli raccogliendo soldi e mezzi per la comunità di padre Vincenzo dell’Ordine dei Camilliani, che dedica ancora oggi la sua vita agli umili.
Appro­fit­tammo di quel viaggio per documentare il Sud del Sahel, una zona ad alto rischio: la povertà e lo sconforto si toccavano con mano. Non ci fermammo molto, qual­che scatto e poi decidemmo di tornare a Ouaga­dou­gou, la capitale del Burkina Faso. Le immagini che realizzammo servirono in Occi­dente per informare sulla carestia e sulle conseguenze provocate dalle malattie e dalla mancanza perenne di acqua potabile.
Prima di quel viaggio ci fu anche un’avversità locale che documentammo insieme: l’al­luvione del novembre 1994. Alba e le Langhe furono immerse dall’acqua e dal fango, tutti i telegiornali erano focalizzati su quella tragedia: fu un altro momento drammatico nel quale ci trovammo a lavorare fianco a fianco.

Un lavoro che durò due e più settimane, senza interruzioni: ci aiutammo reciprocamente, seguimmo i fatti di quei giorni documentando la calamità di quel tragico momento.

Severino è una delle memorie storiche di Alba: non c’è mai stata una manifestazione, piccola o grande che sia, che non lo abbia visto protagonista. Ha vissuto e raccontato con le sue fotografie momenti belli e brutti di un’intera regione. Ho incontrato molti fotografi girando per il mon­do, dai caratteri più disparati: molti chiusi nei loro egocentrismi, altri sopra le righe, altri gelosi e chiusi nel loro piccolo mondo di carta stampata, altri ancora divertenti e solidali, impegnati tra fondali e luci. Severino, invece, silenzioso e regolato custode di un tempo che non ha mai tradito, è un fotografo che non ha sprecato la sua vita, che non ha dovuto dimostrare a nessuno la sua grandezza. An­cora oggi, che ha superato gli ottanta anni, non smette di adoperarsi; l’obiettivo della sua macchina non ha mai smesso di documentare, la sua passione lo porta a essere uno dei più anziani e resistenti. Dopo tanti anni di lavoro e di servizio alla comunità e al suo giornale penso sia un dovere quello di rendergli onore, dire grazie a nome di tutti. Scrivo queste poche righe come do­no natalizio a un amico. Pur essendo io e Severino due persone diverse, abbiamo mol­­­ti punti in comune: l’amore per la fotografia e la convinzione che per essere grandi non serva fare rumore. Bi­so­gna saper usare la passione per consegnare al mondo un pez­zettino di storia da custodire.

Testo e immagini a cura di Bruno Murialdo

BaNNER
Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial