«L’era di Elisabetta piena di eventi ci sarà una svolta»

Abbiamo incontrato il professor Alessandro Barbero a Bra: «Se devo fare un paragone tra la Regina e un personaggio italiano, penso a Piero Angela. Anche nel medioevo sono accaduti tanti fatti importanti per l’umanità»

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Il professor Alessandro Barbero, accademico e scrittore specializzato in storia del Medioevo, è considerato la rockstar degli storici. Le sue lezioni in video vengono ascoltate da studenti e appassionati di ogni età ma è dal vivo che il professore, con il suo eloquio e la sua sottesa ironia, dà il meglio di sé, registrando ad ogni sua lectio magistralis un sold out assicurato. Lo abbiamo incontrato a Bra, alla chiusura del Festival Attraverso.
Professore, iniziamo dall’attualità: la morte della Regina Elisabetta sarà la fine delle monarchie?
«Non è affatto detto. È un momento di passaggio legato ad un’istituzione che ha in effetti un valore puramente simbolico. Non credo che la morte della sovrana significhi la fine della monarchia inglese, ci sono elementi decisamente più gravi che la minacciano come il desiderio di indipendenza da parte della Scozia, ad esempio. Certa­mente si tratta di un momento di svolta in cui una figura simbolica sparisce dalla scena. Come è accaduto in Italia quando è scomparso Piero Angela».
Ci spiega meglio questo paragone?
«Una definizione possibile di italiano è “uno che è cresciuto con Piero Angela”. Allo stesso modo quasi tutti gli inglesi sono vissuti con Elisabetta regina, durante un’epoca di enormi cambiamenti. Quando è stata incoronata era una ragazzina e nel Paese si sentiva ancora il peso della Seconda guerra mondiale. Negli anni postbellici la sua incoronazione ha decisamente influito sull’umore collettivo, infatti poco dopo sono nati fenomeni memorabili come i Beatles e la rivoluzione culturale chiamata Swinging London che pose l’Inghilterra al centro del mondo giovanile. Ora che non c’è più scopriremo qualcosa di nuovo. L’incorona­zione di Carlo III offrirà un tema di informazione leggero, dopo i menù angoscianti a cui i telegiornali ci hanno abituati, ben vengano le grandi cerimonie della monarchia inglese».
La regina Elisabetta e il nuovo re Carlo III, quanto conta la personalità rispetto al ruolo ricoperto da un personaggio storico?
«Elisabetta è stata incoronata giovanissima mentre il regno di Carlo sarà inevitabilmente più breve. Però il peso di una personalità storica dipende dal suo tempo sotto i riflettori: se ci resta molto a lungo anche qualcuno di insignificante potrebbe diventare un mito».
Parlando di miti, ci regala un suo ricordo personale di Piero Angela?
«Era una persona autentica, proprio come lo vedevamo in televisione. Un uomo pacato, gentile, un gran signore, era anche molto convinto delle sue idee e deciso nel difenderle. Una persona di grande cultura e un professionista di comprovata esperienza: è nato prima Piero Angela della televisione italiana».
Tornando al focus dei suoi studi, il medioevo, perché lo associamo ancora ai servi della gleba e alle streghe?
«Il medioevo come epoca in cui accumulare tutti gli avvenimenti negativi è stato inventato. Quando gli intellettuali di quel periodo sono diventati così sofisticati da inventare la stampa e scoprire l’America, a loro è venuto spontaneo criticare i predecessori, guardando con incredulità alle loro arretratezze, atteggiamento che resiste ancora oggi. Ma c’è un altro elemento fondamentale che ha portato alla svalutazione in toto di questa epoca: la riforma protestante. I protestanti avevano tutto l’interesse a dipingere il periodo precedente, dominato dalla religione cattolica e dal Papa, come una epoca di superstiziosi e creduloni. Ma un’epoca che inizia con i barbari e la caduta dell’Impero Romano e termina scrivendo la Divina Commedia, costruendo la cattedrale di Notre Dame e scoprendo l’America non può che essere definita eccezionale. Noi medievisti studiamo un lungo periodo ricco di stravolgimenti ma siamo ben consci che nell’immaginario collettivo resta l’era dell’Inqui­sizione, della strega al rogo, i servi della gleba».
Anche nella storia del Pie­monte esiste qualche dettaglio sottovalutato?
«Sì, l’importanza delle città piemontesi all’epoca dei Comuni. Nei libri si parla sempre di Firenze e di Venezia. Ma Asti, Vercelli o Chieri ricoprivano un’importanza internazionale e con un grande futuro. Poi l’imporsi dell’egemonia dei Savoia ha fatto prendere alla Storia altri percorsi…».
Quando si vive un’epoca è impossibile interpretarla, ha un’idea di come saranno letti in futuro questi anni?
«Difficile dirlo ma gli esseri umani pensano sempre di vivere in un periodo complicato, che le epoche passate fossero migliori, che da giovani si stava meglio. È un atteggiamento intrinseco della nostra mente e non ha niente a che fare con la realtà oggettiva. Questa insoddisfazione che sentiamo è parte della nostra natura animale».