La ricetta del benessere

Per poter rispettare e comprendere a fondo i nostri amici a quattro zampe occorre conoscere e saper accettare la loro natura più autentica, rivolgendosi, se necessario, a professionisti qualificati e documentarsi, attingendo a fonti autorevoli e verificate

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Osservando il comportamento di molti proprietari di cani e gatti, mi chiedo da tempo, come medico veterinario comportamentalista, quanto siamo davvero capaci di rispettare la natura e le caratteristiche dei nostri amici a quattro zampe senza trattarli come piccoli esseri umani pelosi.
Il 1965 è stato un anno importante per il riconoscimento dei diritti degli animali perché si è iniziato a considerarli non più come dei beni accessori, ma come creature con specifici diritti e “libertà”. Non credo che tutti le conoscano e, forse, vale la pena ricordarle: libertà dalla fame e dalla sete, dal dolore, dalle lesioni e malattie, dal disagio, dalla paura e dallo stress e, infine, libertà di poter esprimere il proprio comportamento naturale. Sono stati poi altri studiosi, tra cui Marc Bekoff e Jessica Pierce, che, sviluppando ulteriormente la riflessione, hanno ampliato concetti come la libertà di essere sé stessi, di scelta, di autocontrollo, di divertirsi, di avere una “privacy” e una “safe zone”.
Sinceramente, quante persone hanno ben chiari questi concetti? Siamo sicuri che facendo dormire il nostro “pet” sul letto, nutrendolo con le migliori prelibatezze e curandolo come un neonato siano rispettate le sue esigenze più vere? Spesso c’è buona fede in questi atteggiamenti, ma anche poca consapevolezza circa la necessità di documentarsi in modo preciso e giusto sul comportamento naturale e sull’etologia delle diverse specie animali. Anche quando i “pet” acquisiscono atteggiamenti diversi e non consoni, come distruggere oggetti, vocalizzare in modo eccessivo, espletare i propri bisogni inappropriatamente, spesso i loro proprietari non li interpretano come un disagio reale, ma li analizzano in chiave totalmente umana. Sarebbe bene, invece, capire la differenza tra disturbo comportamentale e problema comportamentale. Il primo è un’alterazione del livello emotivo dell’animale, mentre il secondo è un’alterazione del livello emotivo delle persone che convivono con esso. Diventa dunque fondamentale educare il nostro comportamento a guardare dalla loro reale prospettiva. Spesso i loro atteggiamenti non sono corretti dal nostro punto di vista, ma esso non corrisponde al loro. Pensiamo all’uso spropositato di alcuni comandi e al nostro bisogno, talvolta eccessivo, di controllarli, che non aumentano certamente la loro indipendenza e autonomia. Non sempre un cane educato e obbediente è un cane felice; invece, la coerenza e la prevedibilità sono molto più funzionali. Si capirà bene che anche una eccessiva umanizzazione dei nostri amici a quattro zampe non risponde ai loro reali bisogni: usarli come sostituti di rapporti sociali intraspecifici difficili o addirittura assenti, può, forse, migliorare la nostra vita, ma sicuramente peggiora la loro! È pertanto importante non limitarsi a seguire la nostra esperienza, anche se abbiamo avuto a che fare con molti “pet”, o leggere consigli sui “social” senza appurarne la fonte o, ancora, ascoltare questo o quel parere del sedicente esperto di turno, ma occorre cercare di approfondire le nostre conoscenze e competenze cercando il parere di persone qualificate e attingendo a fonti autorevoli e controllate. Per concludere, il vero rispetto nei confronti dei nostri animali parte dalla consapevolezza delle loro caratteristiche naturali e nell’accettare differenze di specie reali. Senza voler assumere il ruolo di educatori o maestri, informiamoci, studiamo, confrontiamoci sul campo e focalizziamoci sulla cura delle emozioni positive che sicuramente sperimenteremo in un più adeguato rapporto con loro.

Articolo a cura di Emilio Bosio, presidente dell’Ordine dei Medici Veterinari di Cuneo in collaborazione con Maurizio Alliani, veterinario comportamentalista