«vi spiego il nuovo mondo e i giochi di ruolo dentro alla guerra»

Dario Fabbri: «Non ci sono ancora le premesse per una tregua»

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La scorsa settimana è stato ospite di Intesa Sanpaolo, al grattacielo di Torino, per delineare i profili di quattro premier britannici durante il regno della regina Elisabetta. «Che peraltro – ci spiega a margine Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore di Domino – non ha mai avuto un ruolo fattuale nelle vicende del Regno Unito. Ma in questa monarchia costituzionale (anche se una costituzione non c’è) ha incarnato l’idea di impero, ben oltre lo stato».

Cominciamo da qui, da Londra, un ipotetico tour geopolitico: quale fase sta attraversando la Gran Bretagna?
«Una fase complessa. Come nel rapporto tra Carlo e Liz Truss. Lui, furbacchione, si è speso molto come ecologista, lei lo è molto meno. Il problema inglese ora è economico, ma il vero punto è sulla sopravvivenza stessa del Regno. Tra vent’anni sarà ancora così come adesso? Questa è la scommessa. A noi italiani, da sempre vittime di un complesso d’inferiorità nei confronti degli inglesi, può apparire strano, non ci rendiamo conto di quella precarietà e dei secessionismi autentici che la animano: in Scozia e tra i cattolici d’Irlanda. Una ragione per cui Truss ha sostituito Johnsson è che quest’ultimo era troppo “inglese” agli occhi ad esempio degli scozzesi. Che non sono contrari alla monarchia, ma detestano il ruolo di subordinati. In tutto questo, il ruolo della Regina e di Carlo rimane solo simbolico».

Quindi meno importante soprattutto nell’attuale periodo di guerra?
«Sì, ma qui il peso della Gran Bretagna è decisamente maggiore. Primo perché da decenni resta “appiccicata” agli Stati Uniti, poi perché è guidata da un odio antichissimo per i russi, interrotto solo dalla prima e seconda guerra mondiale quando il nemico comune era tedesco. Ma in questa guerra il Regno Unito risulta molto esposto. È sempre stato alfiere dei paesi baltici in prima linea contro l’Urss e ora è il quarto paese maggiormente coinvolto nel conflitto, dopo Russia, Ucraina e Usa».

Lei ha accennato alla risoluzione Onu che ha condannato le annessioni illegali della Russia. Che peso può avere?
«Quasi nullo. Da occidentali crediamo che le Nazioni Unite siano come le vediamo noi, ma l’Onu non rappresenta il governo del mondo. Ha una sede dove gli stati si comportano come soci di maggioranza e minoranza in un’assemblea societaria. Nella quale la Russia è certamente socio di maggioranza. Peraltro, molte nazioni non le hanno mai votato contro, ad esempio l’India».

E la Cina? Continuerà a rimanere defilata?
«Sì. a meno che non accadano fatti clamorosi come un attacco nucleare. La Cina è cinicamente soddisfatta di come stanno andando le cose, inizialmente era preoccupata per le sue infrastrutture come i latifondi ucraini utilizzati per il grano. La Cina non è amica degli Usa ma neanche della Russia, in realtà: hanno un nemico comune (gli americani), ma si tratta di imperi contigui da troppo tempo per essere amici. Ora la Cina è soddisfatta perché la Russia è impantanata in questa tragedia mentre gli Usa si sono al momento sottratti dalla competizione con Pechino».

Dal governo Draghi a quello che verrà: che cosa cambierà in questo contesto?
«Teoricamente ben poco, la Meloni eredita con soddisfazione gli ottimi rapporti con gli Stati Uniti. E non ha, rispetto ad altri del centrodestra, trascorsi compromettenti con Putin. Non ci saranno variazioni se non nella ridefinizione del nostro rapporto con tedeschi e francesi, per fare questo serve il placet degli Usa. Se noi ci allontanassimo dalla guerra, gli americani non sarebbero contenti. A meno che non dovesse interrompersi la fornitura del gas – non si può escludere del tutto – e i prezzi dovessero salire alle stelle costringendoci a razionare le scorte. A quel punto, noi come la Germania e la Francia, proveremmo a smarcarci dalla guerra in qualche modo, anche se mai del tutto. Anche Draghi ha fatto lo stesso provando a ottenere un tetto sul prezzo del gas, ora l’inverno può portare una retorica differente».

Ecco, ma in quale direzione sta andando la guerra?
«Sicuramente verso il gelo e questo può rallentare le operazioni, ma per immaginare un fermate il fuoco o una tregua non ci sono ancora i margini. Nessuna delle due parti in causa adesso può ritenersi soddisfatta. I russi sono in difficoltà sul terreno, ma se il conflitto finisse ora avrebbero comunque il controllo sul 20 per cento del territorio ucraino. Un rallentamento dovuto alla stagione è lo sviluppo più concreto».

Lei ha detto che la minaccia nucleare non può essere considerata probabile ma non è impossibile.
«Sì, ed esprime la gravità della situazione. L’arma nucleare tattica i russi la userebbero solo se finissero con le spalle al muro, se perdessero i territori o percepissero come vicina la fine, perché non mi pare siano i tipi da dire “ok abbiamo sbagliato”. Ora ai russi serve per far sapere agli ucraini “non venite avanti altrimenti la usiamo”. Con gli americani c’è un negoziato, perché per loro questo significherebbe dover entrare in guerra».

Passiamo ad altro: che cosa succede con le elezioni in Brasile?
«I sondaggi dicono che c’è un testa a testa tra Bolsonaro (forse in leggero vantaggio) e Lula che, se anche vincesse, si ritroverebbe un parlamento in mano ai bolsonariani. I due sono molto diversi, però rappresentano un paese che ancora non sa cosa vuole fare da grande. Un elemento importante è rappresentato dall’ascesa dei protestanti evangelici, filostatunitensi in un Brasile da sempre antagonista in quanto secondo gigante delle Americhe. L’ascesa dei protestanti può cambiare le cose. Il Brasile non ha ancora fatto lo scatto in avanti, esporta idrocarburi e materiali agricoli verso la Cina e ne segue l’andamento. In crescita durante la fase luliana, in decrescita attualmente. Ma sono dinamiche esterne».

La protesta delle donne, in Iran, può ferire quel regime?
«Temo che se saranno solo manifestazioni per diritti sociali, ovviamente stralegittimi, non saranno sufficienti. Noi vediamo in tv gli iraniani di città, più aperti, ma la realtà è diversa. Non amano così tanto il regime teocratico, sono un popolo laico però antichissimo. Per referenze citofonare antichi greci e romani… Sono sempre gli stessi: se anche il regime è barbaro, conta che sia antagonista dell’occidente. Lo scià di Persia fu sollevato proprio perché visto come un burattino degli americani. Anche i Parti si erano avvicinati troppo ai Romani e ne diventarono i principali nemici. Ragionano così. Con gli americani trattano per il nucleare».

 

CHI È
Direttore della rivista mensile di geopolitica Domino, è anche autore di alcune serie podcast e della rubrica settimanale “Nove Minuti” di Rai Radio3. Già conosciuto dagli ascoltatori del podcast “Grandi leader e comunità” che è stato realizzato per la piattaforma Intesa Sanpaolo On Air

COSA HA FATTO
A Torino, la settimana scorsa, ha partecipato a un incontro organizzato al Grattacielo Intesa Sanpaolo all’interno del palinsteso culturale che dal 2015 si caratterizza per la qualità dei contenuti e la notorietà dei protagonisti (artisti, attori, scrittori, conferenzieri)

COSA FA
È anche docente di geopolitica mediorientale presso la Scuola di formazione del Dis (Dipartimento per le informazioni di Sicurezza, della Presidenza del Consiglio) e di narrazione geopolitica nella Scuola Holden di Torino. Sempre più spesso è ospite di dibattiti televisivi in prima serata, da La7 di Mentana ai canali Rai e Mediaset