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«Vaccino e test rapidi per la nuova normalità»

Il virologo Giovanni Di Perri indica come “aggredire” il Covid-19

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Tra i professionisti del mondo sanitario più sollecitati nella battaglia al Covid c’è il virologo Gio­vanni Di Perri, direttore della struttura malattie infettive del­l’ospedale “Amedeo di Sa­voia”, a Torino, e componente del­­la “task force” regionale per l’emergenza coronavirus.

Professore, sono efficaci le mi­sure adottate dal Governo per con­tenere i contagi da Covid?
«Stanno dando effetti positivi, per fortuna. Non era scontato, visto che non si erano ancora sperimentati “lockdown” parziali».

Cosa attendersi ora?
«La tendenza pare indicare un rallentamento dei contagi. Il virus sembra cioè generare meno infezioni rispetto a qualche settimana fa. Sarà, tuttavia, una flessione decisamente lenta».

Gli ospedali reggeranno?
«Lo sforzo sostenuto per accogliere i pazienti Covid è stato e continua a essere importante. Rispetto alla scorsa primavera, sono cresciuti di molto i ricoveri in posti letto “convenzionali”: questo perché i reparti standard sono stati attrezzati in modo da fornire assistenza ventilatoria non invasiva, cosa che non si era verificata al­l’inizio della prima ondata».

Si è però sacrificato l’intero si­stema sanitario…
«Effettivamente, in questo mo­mento, il sistema sanitario è quasi interamente impegnato a fronteggiare la pandemia. In ogni caso, credo che, passo dopo passo, si riuscirà a riportare la sanità nazionale alla normalità».

Superata questa nuova fase critica, come ci si dovrà comportare per evitare “ricadute”?

«Sicuramente non potremo comportarci come accaduto du­rante l’estate. Ab­biamo toccato con mano come da noi il “modello Svezia”, che non prevede chiusure, non possa funzionare».

Come mai?
«Al di là del fatto che noi italiani siamo tendenzialmente meno di­sciplinati degli svedesi, incide una differenza sostanziale tra i due Paesi: la densità abitativa. In Svezia, in ogni chilometro quadrato, vivono in media 23 persone contro le 200 che abitano in un’area della stessa superficie in Italia. Capisce bene quanto sia più facile per loro mantenere le distanze di sicurezza. Ciò non ha comunque messo la nazione scandinava al riparo dal Covid, che ha causato migliaia di morti, il crollo del Pil e disoccupazione».

Parlava del comportamento de­gli italiani. Non crede che le re­sponsabilità vadano ricercate anche altrove?

«L’attuale situazione può essere letta come un mosaico di responsabilità. Detto questo, io preferisco guardare sempre il bicchiere mezzo pieno…».

Perché, c’è?
«Rispetto ad altri Paesi, l’Italia ha dovuto affrontare una seconda ondata meno disastrosa. E non è cosa da poco, perché questo virus è subdolo: si “appiccica” dappertutto ed è estremamente contagioso. Nei periodi in cui è più “aggressivo”, ci si può difendere solo con comportamenti ai limiti dell’ossessivo…».

Ovvero?
«Indossando sempre la mascherina, mantenendo le distanze, parlandosi all’aperto, non frequentando altre persone e nemmeno ospitandone a casa propria. Cer­to, sono accorgimenti non impossibili da mettere in atto, ma è sufficiente abbassare un attimo la guar­dia, anche involontariamente, per rimanere contagiati».

Come se ne esce, quindi?

«Con il vaccino, che al momento sembra la so­luzione “più vicina”, op­pure con un farmaco antivirale, purtroppo non ancora disponibile, che sia in grado di bloccare l’evolversi della ma­lattia da Covid».

Che efficacia si attende dal vaccino?

«Mi aspetto che generi nelle persone vaccinate un’immunità tale da metterle al riparo, in caso di infezione, dalle conseguenze più gravi del virus. Insomma, vorrei che si comportasse come il vaccino anti­pneu­mococcico che ha ridotto drasticamente la gravità dell’infezione pur non garantendo un’immunità sterilizzante».

Mi pare quindi di capire che, per ottenere un’immunità “globale”, non basti il vaccino…

«La svolta arriverà quan­do sarà possibile sottoporsi al test Covid con maggiore facilità e frequenza. A quel punto, per far sì che tutte le attività possano riprendere, si po­trà anche pensare di vincolare l’accesso ai luoghi in cui il rischio di contagio è maggiore all’esecuzione di un controllo rapido».

A proposito di test, perché le Asl continuano a ba­sarsi sui tamponi molecolari che richiedono un tem­­po di elaborazione maggiore?
«Perché sono più sensibili rispetto a quelli rapidi».

Allora che senso ha concedere o, al contrario, vietare l’accesso ai luoghi “a rischio” in base al­l’esito di un tampone rapido, co­me lei suggerisce?

«Ha senso, perché il tampone rapido è in grado di individuare con una buona sensibilità cariche virali medio-alte, quelle cioè che rendono contagioso un soggetto positivo. Potrebbero non rilevare positività a bassa carica che, tuttavia, non costituiscono un pericolo in termini di trasmissione del coronavirus Covid-19».

L’“auto-test” presentato dal governatore del Veneto Zaia è una soluzione?
«Certo, a patto che ne venga accertata l’efficacia. Si tratta di un adattamento di un sistema cinese, si­mile peraltro a una miriade di altri test in fase di sperimentazione nel nostro Paese».

Novità sul test salivare?
«Sarebbe la soluzione migliore, in quanto la meno invasiva, ma per ora si è dimostrata poco efficace».

Quali prospettive, dunque?
«Oltre che sulla distribuzione del vac­cino, bisogna puntare sui test: più verrà incre­men­tata e semplificata la possibilità di testarsi e più sarà possibile ritrovare la “normalità”».

BaNNER
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