«Se ne va il nostro fratello maggiore»

L’addio al prete don Vittorio “Toio” Delpiano ricordato dal regista albese Emanuele Caruso

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Ha destato profonda commozione in Al­ta Langa e in Valle Belbo la scomparsa di don Vittorio Delpiano, noto a tutti come “Toio”. Prete, lavoratore, ricercatore, artista ma, prima di tutto, punto di riferimento per i tanti, più o meno giovani, che hanno trovato in lui un amico, un fratello, un compagno nelle mille avventure della vita. Tra chi ha più legato con lui c’è il regista e produttore cinematografico albese Ema­nuele Caruso, il quale ne ha tratteggiato un commovente ri­trat­to durante le esequie.
Di se­guito, ne pubblichiamo un estratto.

«Ho diviso la mia infanzia fra San Benedetto Belbo e la Val Maira. Ho imparato ad amare questi luoghi fin da piccolo. Ricordo i giochi notturni, le prime cotte e l’emozione di stare insieme in semplicità con gli amici. Per me San Benedetto Belbo era un posto del cuore prima ancora di conoscere “Toio”. Iniziavo a intuire come mai fosse un luogo fenogliano. Perché era un posto dell’anima e dello spirito. “Toio” l’ho conosciuto nel 2004. Giravo un piccolo cortometraggio per la scuola e una mia compagna di classe di Bos­solasco mi disse che c’era una persona a San Benedetto Belbo che avrebbe potuto ospitarci per i giorni necessari alle riprese. Ri­manemmo quattro giorni da “Toio” e Lorenzo. Fui subito folgorato da quello stile di vita. Ricordo qualche anno dopo, quando tornai per girare un altro cortometraggio, la sorpresa di mia madre che un giorno, venendoci a trovare, trovò tutto aperto ma senza nessuno in casa. Per me “Toio” è stato come un fratello maggiore che mi ha insegnato l’essenza della vita. Negli anni sono tornato spesso a San Benedetto Belbo. C’era sempre un posto per dormire, un piatto con qualcosa da mangiare e tante discussioni da fare insieme. Venivo anche io, nel mio piccolo, per cercare l’ispirazione. Per trovare qualcosa. Con “Toio” spesso si parlava di film e delle sue sceneggiature. Perché “Toio” sapeva far tutto. Mi piaceva la sua visione di quel Gesù di cui era profondamente innamorato. Amavo profondamente il fatto che quel “don” non se lo vedesse bene addosso, perché “don” mi aveva spiegato, era solo Dio. Lo sentivo critico nei confronti di quella Chiesa che non gli era mai piaciuta troppo, eppure in cui stava dentro. A suo modo, a sua maniera. Oggi finisce un’era. Oggi, qui a San Benedetto Belbo, si conclude un’epoca. Per la quale credo avremo tutti a ringraziare in eterno, per averla vissuta e incontrata nella nostra vita. “Toio” non c’è più. Tutti abbiamo preso un pezzettino di quella vita straordinaria e coraggiosa. Perché le scelte di “Toio” lo sono state davvero. Dove troveremo oggi un’altra casa pronta a ospitarci in qualunque momento? Dove troveremo ancora porte che non conoscono chiavi? Dove troveremo ancora una casa slegata dall’economia e dal denaro? Solo “Toio” insieme al buon Lorenzo hanno avuto il co­rag­gio che serve per donare così tanto. E allora proprio qui, a San Benedetto Belbo, dove dimora una fiamma di speranza permanente, in questo luogo di lotta partigiana e di ispirazione fenogliana.
Qui, dove un uomo che tutti chiamavano “Toio” ha costruito un piccolo paradiso, slegato dalle logiche dell’epoca moderna, dalle quali anche noi facciamo fatica a slegarci, qui alla fine di un’epoca, a noi che rimaniamo va l’augurio più grande. Oggi è il tempo in cui smettiamo di imparare da “Toio”, ma dobbiamo cominciare a mettere in pratica quello che abbiamo visto in lui. Che San Benedetto Belbo rimanga un luogo di lotta, dove un modo diverso possa an­cora essere possibile».