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«L’uomo tornerà sulla luna per arrivare a Marte»

Tito Stagno: «ma non sarà facile; nuova sfida per gli USA»

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Tito Stagno, un anno fa in questi giorni era tempo di celebrazioni per i cinquant’anni del primo uomo sulla luna. Dove si trovava?
«Ero in giro per l’Italia, ospite di tantissimi eventi. Oggi invece, a 90 anni, non mi rimane che molta fisioterapia nella mia casa di Roma».

Dica la verità: si aspettava che in questi cinquantuno anni, dopo le missioni che portarono dodici astronauti sul suolo lunare, l’uomo non sarebbe più tornato sulla luna?
«Ma non ho dubbi che lo farà presto. Non so se per merito di privati oppure della Nasa, ma succederà. I cinesi, del resto, hanno appena mandato un veicolo, un rover, sul lato nascosto della luna».

Ma a cosa serve tornare sulla luna?
«Sarà un trampolino di lancio per un’altra grande impresa: Marte. Gli americani sono convinti di riuscirci. Io in realtà sono pessimista sulla possibilità che l’uomo riesca ad arrivare su quel pianeta».

Pessimista? Lei che ha annunciato l’allunaggio degli americani 51 anni fa?
«Il consulente spaziale di O­bama mi disse che era tutto pronto, l’operazione si poteva realizzare da un satellite già spedito nell’orbita di Marte. Ma non è ancora accaduto. Il viaggio di 6 mesi per tre persone in spazi ristretti rimane complicatissimo».

Elon Musk promette viaggi spaziali a pagamento, che ne pensa?
«I viaggi turistici di questo tipo sono già possibili, anche se costosi. Ma serve anche un’ottima preparazione fisica. Comunque i russi da tempo usano il Soyuz come un taxi per raggiungere la base spa­zia­le Iss a quattrocentomila chilometri di distanza».

Che cosa fa Tito Stagno oggi?
«Leggo e rileggo i miei libri preferiti. Soprattutto Marcel Proust e opere deliziose come “Al­l’ombra delle fanciulle in fiore”. Poi anche Roth, sia Philip che Joseph, quello della “Marcia di Radeztky”. Rileggo questi li­bri oggi perché a 15 anni non ero in grado di cogliere tutte le sfumature e di comprenderne le conclusioni».

È ottimista per il futuro dell’umanità dopo il Covid?
«Credo che ci vorrà ancora un po’ di tempo, più o meno un anno e avremo il vaccino. Ma nel frattempo se ognuno sa­prà comportarsi con senso di responsabilità, allora potremo dire che il peggio è davvero passato».

Che cosa ricorda di quei giorni entrati nella storia?
«La felicità che mi accompagnava. Ebbi la possibilità di conoscere Buzz Aldrin e poi Mi­chael Collins e Neil Armstrong, l’unico non militare che fu scelto per muovere i primi passi sulla luna: un segnale di pace. Ricordo anche la tensione di Wernher Von Braun prima dell’impresa: beveva e fumava. E mi disse: un giorno ci sarà qualcuno che per farsi pubblicità dirà che ci siamo inventati tutto».

Von Braun lo scienziato tedesco naturalizzato americano: che personaggio era?
«Un signore, dotato di senso dell’umorismo. Una sera a cena con me in zona Trastevere a Roma, si complimentò con dei ragazzini che facevano esplodere dei barattoli… Disse: bravi, non avete lasciato traccia. Ma, certo, era anche il criminale inventore delle V2 con cui i nazisti bombardarono Londra. Per non finire in mano ai russi si consegnò agli americani».

Che cosa resta del viaggio sulla luna?
«Se usiamo computer e telefonini con batterie lo dobbiamo al “fallout”, all’allunaggio e alle tecnologie che si sono sviluppate in seguito. Ci sono state applicazioni nel campo dei medicinali. A Cleveland c’è un ospedale dove si usa il movimento degli occhi per comandare i computer, per esempio, derivazione di quegli studi».

Come era l’atmosfera di quei giorni del 1969?
«C’era voglia di fare conquiste, c’era il coraggio di esplorare nuove frontiere. Ricordo l’atmosfera magica dello studio 3 di via Teulada. Oggi vedo solo incredulità».

Come quella di chi mette in dubbio l’autenticità dell’allunaggio dell’Apollo 11?
«Durante la telecronaca di quel 20 luglio, dissi in diretta che la sonda russa Lunik stava sorvolando la luna e scattando fotografie che venivano trasmesse a terra. Ecco quindi la prova di quanto stava accadendo. La conquista della luna era come una sfida sportiva».

A proposito: è stato anche cronista sportivo.
«I colleghi mi dicevano, fai la politica. Invece dopo l’esperienza a Cape Kennedy fui io a scegliere di seguire lo sport. Sapevo che si trattava di una materia difficile, dove ci si rivolge a un pubblico competente e dove non basta la preparazione della materia specifica, perché magari capitano imprevisti che ti portano nella cronaca e tu devi essere comunque preparato. È stata un’esperienza meravigliosa. Credo di aver fatto la mia parte, usando un linguaggio chiaro e semplice. Non ho mai detto “unità cinofile” ma “cani”. Oggi si fa confusione: lo abbiamo visto nel caso del coronavirus, spiegato tra mille contraddizioni dagli stessi virologi».

Giriamo pagina. Lei conosce bene anche le Langhe: è così?
«Il mio amico Beppe Veglio mi aspetta sempre per un buon Dolcetto o uno Chardonnay, per non parlare del Barbaresco. Il territorio delle Langhe offre uno spettacolo unico. Le sue colline verdi, così curate, perfette, simboleggiano amore e sono sinonimo di vita. Quanta capacità dell’uomo possiamo vedere dietro a questo spettacolo! Come quella che serve per andare sulla luna…».