Il decimo anniversario del riconoscimento offre lo spunto al presidente del Consorzio di tutela, Filippo Mobrici, per tracciare un bilancio positivo
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Grazie alla Docg per la Barbera d’Asti futuro roseo

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«Soddisfazione, orgoglio, emozione». La Barbera d’Asti Docg compie 10 anni e il presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, Filippo Mobrici, sceglie queste parole per descrivere le sensazioni che prova nel vivere un momento così importante. Dieci anni fa arrivava il riconoscimento della Denomina­zione d’origine controllata e garantita, una certificazione che significa controlli molto severi ed è sinonimo di garanzia circa l’origine e la qualità del vino. La Barbera d’Asti, diventata Doc nel 1970, si preparava a spiccare il volo, conquistando il mondo grazie alla sua freschezza che la rende unic4. Oggi è il momento di spegnere dieci candeline e di tracciare un piccolo bilancio sul percorso fatto in questo periodo da un vino intenso, equilibrato e capace di essere incredibilmente “gastronomico”.
«Quando ci sono i compleanni, bisogna festeggiare», spiega Mo­brici, da un lustro alla guida del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, che ha rilanciato introducendo un approccio nuovo e dinamico, segnando un cambio di passo decisivo. «I 10 anni di Docg sono un traguardo prestigioso, anche perché vanno di pari passo con il posizionamento di rilievo che abbiamo raggiunto con la Barbera d’Asti in questi anni».
Come sono stati questi 10 anni di Docg per la Barbera d’Asti?
«Innanzitutto c’è da dire che oggi troviamo un mondo completamente diverso rispetto a 10 anni fa, anche per quanto riguarda il vino. I consumi domestici sono diminuiti, nel frattempo è però aumentata la quota “export”: oggi più del 50% della Barbera d’Asti viene esportato, a fronte di circa 21 milioni di bottiglie prodotti ogni anno. Significa che quasi 11 milioni di bottiglie vengono e­sportate, un numero davvero importante. La Barbera d’Asti si conferma la Docg piemontese più veduta nel mondo, come vino rosso: questo dato non può che darci grande soddisfazione».
A proposito di risultati raggiunti nel corso del suo mandato, quali sono quelli di cui va più orgoglioso?
«Come ho già detto, siamo felici che ci sia un forte apprezzamento per i nostri vini e in generale per il Monferrato. Finalmente non viene più visto come un territorio di serie B. Tutti insieme siamo riusciti a dargli un’i­dentità da grande territorio, non solo per il vino, ma anche per la cucina e per la cultura. Og­gi i nostri marchi sono conosciuti nel mondo: questo non si traduce immediatamente in vendita di bottiglie, ci vuole del tempo, ma sono comunque segnali positivi. Credo che in questi anni siamo riusciti a restituire un po’ di speranza ai giovani che sono tornati nelle cascine dei genitori e dei nonni in zone in cui prima non si parlava più di viticoltura. Assistiamo a una riscoperta, quello che io chiamo il risveglio dell’orgoglio monferrino. Le persone hanno ripreso consapevolezza, ed è la cosa più bella, la mia più grande gratificazione. Questa nuova valorizzazione del territorio ha portato anche a un marcato maggiore interesse da parte di imprenditori che vengono da aree limitrofe, i quali stanno investendo sempre di più nei nostri terreni, perché capiscono che ci può essere l’affare».
Tornando alla Barbera d’Asti, che annata è stata il 2018?
«Tutti parlano di un’annata abbondante, io la definisco normale. Era stato scarso il 2017, non è abbondante il 2018. Di­ciamo che siamo rientrati nella normalità, sia per la quantità che per il periodo, visto che abbiamo potuto raccogliere fino a ottobre. Dal punto di vista qualitativo è stata un’annata buona tendente all’ottimo, in cui si sono viste le punte laddove il viticoltore ha lavorato bene. Insomma, se fare il buon vino nel 2017 era più semplice, nel 2018 ci voleva qualcosa in più, bisognava essere bravi per davvero. è la dimostrazione che quella di viticoltore è un’arte, una professione, e non ci si può improvvisare».
Quali sono le caratteristiche che rendono speciale la Barbera d’Asti?
«Credo che la qualità principale sia che è un vino definito “gastronomico”, cioè che si può abbinare a tanti piatti e culture culinarie differenti. Questo grazie alla sua acidità, che una volta era un limite, ma adesso è una qualità che lo rende fresco. Non si tratta di una scoperta, bensì di una riscoperta che rientra nell’evoluzione che ha avuto questo vino».
Lei si definisce “uomo delle sfide”. Tante le ha portate a termine, quali sono quelle che vuole affrontare e vincere adesso?
«Tra poco più di un anno, quando scadrà il mio mandato, vorrei lasciare con la consapevolezza di aver portato la Barbera d’Asti a livelli di conoscenza, posizionamento e apprezzamento elevati nel mondo, e da questo punto di vista credo che si possa dire che siamo sulla buona strada. Ma su altri aspetti c’è ancora tanto da fare, soprattutto per quanto riguarda la remunerazione dei viticoltori, i quali oggi non si vedono riconosciuto quanto spetterebbe loro. Se falliamo in questo obiettivo, abbiamo fallito tutti: dagli amministratori pubblici a noi del Consorzio di tutela, a tutti gli attori del territorio. Senza questi viticoltori le nostre splendide colline, premiate dall’U­nesco e riconosciute e apprezzate da tutti, sarebbero vuote e non produrrebbero nulla. C’è bisogno di investire sempre di più nel riconoscimento del valore, in modo che tutta la filiera ne possa beneficiare. La ricchezza di un territorio dev’essere per tutti, va distribuita, per evitare di trovarci in una situazione in cui ci siano delle punte di eccellenza e intorno il deserto. Noi non vogliamo questo scenario, il no­stro obiettivo è che tante aziende medio-piccole crescano insieme a quelle più importanti. Questa è la principale scommessa che vogliamo vincere: quella di dare maggiore e giusta dignità ai no­stri viticoltori, i quali devono godere dello stesso rispetto che hanno i loro colleghi di altri territori».
Lei insiste spesso sul concetto di territorio da mantenere e da curare per lasciare alle future generazioni nella maniera migliore.
«è un argomento che mi sta particolarmente a cuore: non dobbiamo dimenticarci che noi siamo di passaggio e che questo splendido territorio lo abbiamo avuto in prestito. Dobbiamo mantenerlo così com’è per le generazioni che verranno, così come i nostri anziani ce lo hanno lasciato in eredità, mettendoci tanto amore nel curarlo. Ecco, questa è un’altra grande missione».

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