“Franco Garelli, pittore e scultore” sabato in sala conferenze Palazzo Banca d’Alba

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Un incontro dedicato a Franco Garelli pittore e scultore si terrà sabato 5 maggio alle ore 10.45 nella sala conferenze di Palazzo Banca d’Alba ad Alba. Il recente ritrovamento di oltre 300 opere, dipinti, sculture, ceramiche e dell’archivio personale di Franco Garelli permette un viaggio eccezionale attraverso la sua arte sintonizzata con le più acclamate tendenze espressive del secondo Novecento.

 

Occasione per riconsiderare la fertilità del legame, mai reciso, con la sua terra di origine, le Langhe. Relatori dell’incontro saranno Marco Franzone e Nicoletta Colombo, esperti di arte del Novecento, ci racconteranno la vasta produzione pittorica e scultorea del medico artista. L’incontro si configura nel quadro della collaborazione tra il Centro Studi Beppe Fenoglio e gli eredi dell’artista; l’obbiettivo è creare uno spazio ove raccogliere la documentazione d’archivio riguardante la produzione artistica di Franco Garelli.

 

Franco Garelli – 1909 – 1973 Medico – Scultore – Pittore

 

Franco Garelli nasce a Diano d’Alba il 19 dicembre 1909. Consegue gli studi classici a Torino (Liceo d’Azeglio) seguendo poi le orme paterne sino alla laurea in medicina; ma mantenne insieme un profondo, naturale legame con la terra in cui era nato, segnato da una forte inclinazione per le arti figurative, nel disegno come nei primi cimenti plastici. Fin da ragazzo, come egli stesso ha raccontato, cominciò «a tirar su enormi figure di terra, maneggiando decine di chilogrammi di argilla». L’avvio in ambito universitario, nei primi anni trenta, lo vide esporre alla Mostra piemontese di arte goliardica (1932), ai Littoriali Anno X e alla I Mostra documentaria di Vita Goliardica organizzata dal GUF di Torino alla galleria Il Faro. Alla fine del decennio, modellando le argille di Albisola e di Castellamonte, scoprì il gusto per la ceramica che in qualche modo acuirà il suo interesse per il modellato ed i materiali, affrontati con un vitalismo creativo di cui riuscì ben presto ad investire l’intera sua opera. Temi da allora ricorrenti: uomini e «Pomone», animali come tori (e toreri), galli e cavalli. Troppo scontati dovevano apparirgli il mondo di un maestro come Casorati e la stessa posizione dei Sei Pittori di Torino, preferendo egli guardare intanto al secondo Futurismo di Fillia, di Oriani e di Mino Rosso, alla genialità controcorrente di Luigi Spazzapan e, ad Albisola, alla severa misura di Arturo Martini.

 

Tra il 1941 ed il 1943 partecipò al nuovo conflitto mondiale e gli venne conferita la Croce di Guerra al valor militare; ma non tardò, poi, a riprendere l’attività medica, come libero docente in otorinolaringoiatria nel corso di chirurgia plastica, senza per questo rinunciare all’impegno artistico che divenne infine il suo unico scopo, alternando l’esercizio della scultura, pittura e grafica, compreso l’insegnamento di anatomia artistica all’Accademia Albertina. Fin dalla metà degli anni cinquanta le sue figure in rottami di ferro saldati, non senza una loro forma ironica, rompono la tradizione plastica; egli è sicuro di dover cercare nelle sue opere e con le sue opere un’immagine del nostro tempo, dell’uomo del nostro tempo. E lo fa – come Garelli stesso ha detto – servendosi di «oggetti del nostro tempo: pezzi meccanici, ritagli di lamiere scartati dalle fabbriche di automobili. Saranno queste cose a suggerirmi l’aspetto dell’uomo». Anche se poi ciò che lo interessa è «fare una scultura figurale: non uomini o donne, ma figure».

 

Si noti come Garelli intenda modellare non più, come una volta, la «superficie esterna», ma, come Lipchitz (che fu il primo a farlo) la «forma cava». Prese così a tagliare ed arrotolare le lamiere fino a farne il portato di un’idea plastica, ma soprattutto il cimento con la materia per farne scultura. Un discorso che fin dal 1963 parte con i plamec (materiale plastico su tela o su legno) sino ad ottenere rilievi, bassi ed alti, dove si sente ancora il piacere dell’improvvisazione imposta dai rapidi mutamenti termico-plastici dovuti al tipo di lavorazione. Ad intrigare concettualmente l’artista erano proprio le implicazioni di quei passaggi dalle due alle tre dimensioni. Dopo un incidente stradale che ne aveva limitato alquanto l’attività, colpito da una malattia incurabile che lo aveva completamente isolato dal proprio mondo, morì a Torino il 22 aprile 1973.