La Città di Alba rende omaggio al partigiano Lorenzo Torchio | Cerimonia solenne in memoria del partigiano trucidato dai nazifascisti il 19 novembre del 1944

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Una corona di alloro deposta dal Sindaco della Città di Alba Maurizio Marello, sul cippo appena restaurato dalla famiglia Torchio, in collaborazione con l’Anpi di Alba, in località Serre, a memoria di Lorenzo Torchio, padre di sette figli, fucilato dai nazifascisti il 19 novembre del 1944.

 

Lorenzo Torchio nacque ad Alba il 10 aprile 1903. Facente parte della 21° Brigata della Divisione Cuneese, aderì alle formazioni partigiane della Matteotti con funzioni di collegamento tra i reparti.
Sposato con Giuseppina, padre di sette figli, molto dedito alla famiglia, venne fermato da una squadra fascista in perlustrazione e fucilato sul posto, mentre tornava disarmato alla sua abitazione di frazione Madonna di Como.
Domenica 19 novembre 1944, Lorenzo decise di recarsi ad Alba, nonostante il coprifuoco e la pericolosità delle strade, per acquistare delle medicine indispensabili per la sopravvivenza di una mucca. Partì molto presto e si procurò i medicinali, che gli vennero poi ritrovati nelle tasche.
Sulla via del ritorno venne però affiancato da due uomini in bicicletta che lo accompagnarono per un tratto di strada e presumibilmente gli posero alcune domande sui partigiani che si nascondevano nelle Langhe.
Di quanto accadde in località Luisetto, rimane la testimonianza di un contadino che assistette alla scena da lontano, mentre lavorava nel campo nonostante il giorno festivo.
Secondo il suo racconto, Lorenzo cadde in ginocchio, probabilmente costretto dai Repubblicani in borghese, e uno di essi gli sparò un colpo di pistola in fronte.
Nella stessa mattinata, lungo la salita che da borgo Boffa porta sulla collina della Madonna degli Angeli, la stessa sorte toccò ad un altro uomo, il meccanico e partigiano Gino Rocca.
Dopo aver appreso della tragica morte di Lorenzo, alcuni Repubblicani vollero perquisire la casa dei Torchio per trovare delle prove che giustificassero l’inutile delitto, forse compiuto da ribelli. Frugarono dappertutto, cercarono anche del cibo, ma non trovarono nulla.
Alla Messa delle undici furono pochi quelli che poterono partecipare al funerale, che si svolse nel pericolo e nella paura.
Iniziò da questo momento un triste e difficile periodo per Giuseppina, vedova a soli 36 anni, e per i suoi bambini. I rastrellamenti, le angherie, i maltrattamenti, i furti, la fame e l’umiliazione di dover chiedere aiuto a vicini e parenti per poter tirare avanti.

Di questa triste vicenda, che merita di essere ricordata, fa cenno Mons. Luigi Maria Grassi nel suo libro “La tortura di Alba e dell’Albese”, dedicato al terribile periodo della lotta per la Liberazione: “…e i Repubblicani compivano i loro misfatti anche vestendosi in borghese: il 20 Novembre sulla strada della frazione Como…..uccisero un esemplare padre di 7 bimbi, certo Torchio di quella borgata, il quale, interrogato se là c’erano partigiani, ripetutamente disse di no, perchè realmente non c’erano. Bisognava che ci fossero anche se non c’erano, e il Torchio fu ucciso per aver detto la verità, e, al solito, senza essere giudicato.”

 

AF