Scrittorincittà 2015: Michele Serra e la società dell’ “egofono” al Teatro Toselli

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L’infinito bisogno di tecnologia e di essere sempre connessi opposto ad un uomo che ha ancora voglia di amare il mondo per quello che è.

 

Si potrebbe riassumere così il messaggio lanciato ieri sera da Michele Serra, in un Teatro Toselli gremito, al folto pubblico attento durante lettura da parte dell’autore di alcuni passi del suo nuovo scritto, “Ognuno potrebbe”, accompagnata dalla musica e dalla splendida voce di Linda Sutti.

 

L’editorialista de “La Repubblica”, già autore de “Gli sdraiati” ha lasciato trasparire alcuni aspetti del nuovo libro, senza togliere il piacere della curiosità a chi si vorrà cimentare nella lettura. Protagonista Giulio, un “rompiballe stabile”, un insofferente comune che non si sente a proprio agio nel mondo così com’è, privo di senso tanto da farlo sentire spaesato, nello spazio così come nel tempo. Un senso di smarrimento accentuato dall’assurdità dell’occupazione di Giulio: studioso delle esultanze dei calciatori, in un’imprecisata università, con un misero stipendio di 700 euro che serve solo alle statistiche per farlo rientrare tra gli occupati.

 

Un protagonista che avrà modo di interrogarsi e di mettere a nudo i perché del proprio smarrimento anche attraverso il dialogo con i compagni di tutti i giorni, archetipi di alcuni individui dell’oggi. Da un lato la compagna, vittima della “sindrome dello sguardo basso”, che affligge i cosiddetti digitambuli, ovvero coloro che camminano e digitano sulla tastiera dell’egofono (l’Iphone in una simpatica quanto indicativa traduzione) finendo per essere investiti dalla bicicletta di un passante. Dall’altro Ricky, collega in quell’assurdo mestiere, che ama la vita e la vive con totale ed involontario ottimismo.

 

Ricky, così sicuro di sé e della realtà che lo circonda. Giulio, insicuro, tanto da perdersi a pochi chilometri da casa, lungo le strade percorse ogni giorno, a causa di un errore di svolta ad una rotonda, nel momento della scelta. Giulio e Ricky, insomma, esempi di uno stesso io, quotidianamente alternato da momenti di gioia e di totale disprezzo delle assurdità della vita. Quelle assurdità che portano Giulio, cimentatosi nel lavaggio di un “mucchio di stoviglie” in piena notte, ad accorgersi che tutto acquista senso e musicalità, anche un’azione di quel tipo, per poi arrivare all’amara conclusione che, però, “se non hai le mani libere non puoi farti un selfie”.

 

Un incontro piacevole, semplice, che ha messo a nudo alcuni aspetti tragicomici della nostra vita quotidiana, a partire dalla continua ossessione di rendere spettacolari le azioni compiute nel suo “vivacchiare giornaliero” dall’ “io”, vero centro per la società dell’egofono.

 

Carlo Cerutti