«Norme da rivedere il Covid non si batte con la burocrazia»

L’infettivologo ligure Matteo Bassetti mette in luce le lacune del sistema italiano: c’è troppa confusione

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Il sistema messo in atto dal nostro Paese per ge­stire la pandemia non è efficace. O, almeno, non lo è più. A sostenerlo è uno dei massimi conoscitori italiani del Covid, il professor Matteo Bassetti, direttore del­la Clinica Malattie Infettive presso il Policlinico San Mar­ti­no di Genova.

Bassetti, partiamo dai… nu­me­ri. Perché in Italia si continua a dare così enfasi ai bollettini quotidiani?
«Perché lo si faccia non lo so, a dire il vero… A mio avviso, non ha senso proporre questo bollettino, soprattutto perché è impostato come se fossimo an­cora nell’inverno del 2020, a inizio pandemia».

Quali sono le lacune?
«Intanto bisognerebbe partire da una considerazione: la si­tuazione è molto cambiata ri­spetto a due anni fa, con oltre l’80% della popolazione italiana che adesso è vaccinata. La stessa malattia è mutata… Quindi, nel bollettino, non andrebbero messi insieme sintomatici e asintomatici, vaccinati e non vaccinati. E poi c’è un altro aspetto…».

Ovvero?
«Nel numero giornaliero di tamponi positivi che viene comunicato ci sono pure alcuni casi già conteggiati nei bollettini dei giorni precedenti. Ci sono dei doppioni, insomma… Inoltre non è chiaro quanti di quei positivi siano sintomatici o asintomatici, quanti siano curati a casa, quanti in ospedale. Lo stesso vale per i dati relativi ai ricoveri ospedalieri: non si dice se si tratti di vaccinati o no, se abbiano sviluppato sintomi gra­vi o meno, se abbiano malattie pregresse…».

Il risultato?
«Un bollettino anacronistico che genera unicamente confusione e paura nella gente. Siamo rimasti tra gli ultimi Paesi a proporlo… E anche gli italiani ne hanno le tasche piene. Lo dicono tutte le statistiche…».

E le misure anti contagio so­no ancora attuali?
«Pure quelle sono vecchie… L’“Italia a colori” andava be­ne un anno fa, quando quasi nessuno era vaccinato. Ades­so, con le vaccinazioni che hanno “fiaccato” il quadro clinico in buona parte dei contagiati, fornisce una fotografia decisamente errata».

Nel nostro Paese fanno di­scutere pure le normative applicate nelle scuole…
«È necessario semplificare una materia che è stata resa ve­ramente complicata… Le regole applicate alle scuole sono di una difficoltà inaudita e stanno mettendo a durissima prova i genitori, oltre che, ovviamente, il personale scolastico. Credo che oggi districarsi tra le regole italiche relative al Covid sia veramente difficile. Come sempre, in Italia riusciamo a fare peggio degli altri Paesi quando si ha a che fare con la burocrazia… Siamo riusciti a rendere il Covid “burocratizzato”. Pure quando sarà finita la pandemia, speriamo presto, do­vremo confrontarci ancora per chissà quanto tempo con queste norme…».

La sua soluzione?
«Poche regole e chiare: far effettuare meno tamponi, ac­cor­ciare le quarantene e de­terminarne la lunghezza sen­za considerare il numero di dosi di vaccino inoculate. Così è tutto troppo difficile».

Come sono da gestire gli asintomatici?
«Secondo me, gli asintomatici dovrebbero restare in quarantena il minor tempo possibile… Bisognerebbe smettere di fare tamponi agli asintomatici. Facciamoli solo ai pazienti con sintomi. Mi pare ormai evidente che incrementare il numero di tamponi non significhi limitare la diffusione del virus, anzi… Arriverei a non usare più il tampone se non nei casi di persone positive o per chi deve uscire dalla quarantena. Ecco, il tampone an­drebbe inteso proprio come uno strumento capace di farci tornare alla normalità».

Anche perché ora ci sono i vaccini…
«Esatto, i dati lo dimostrano con estrema evidenza. Sen­za i vaccini, alla luce del nu­mero attuale di contagiati e dell’evoluzione della va­riante Omi­cron, il sistema sanitario sarebbe già saltato in aria. In questo momento, su 1.700 pazienti ricoverati in terapia intensiva per gli effetti del Covid, quelli vaccinati sono appena 200. Poi, chiaramente, se ci si aspetta che i vaccini possano cancellare anche le possibilità di prendere un raffreddore, significa aspettarsi dai vaccini qualcosa che non possono fare».

Vaccino ai bambini: sì o no?

«È un’opportunità a disposizione dei genitori, che devono decidere insieme al pediatra. Personalmente, la considero una vaccinazione analoga a quella che riguarda le altre malattie infettive più diffuse. Non vedo perché si debbano vaccinare i bambini contro il morbillo e non contro il Covid. Finora, nel mondo, sono state inoculate 10 miliardi di dosi e non sono stati riscontrati particolari problemi…».

Abbiamo parlato di vaccini, ma adesso ci sono anche i far­maci. Sono affidabili?
«Sono effettivamente un’opportunità aggiuntiva. Ma non bisogna fare l’errore di considerarli come dei sostituti del vaccino. Vanno infatti intesi come una sorta di seconda rete di protezione contro le forme più gravi della malattia. Se­condi dopo, appunto, i vaccini. Anche perché questi farmaci vanno impiegati solo per alcuni pazienti, che hanno determinati fattori di rischio e fragilità, e non su tutte le persone indistintamente. Detto ciò, so­no uno strumento in più».

Quali scenari immagina?
«Se non si presenteranno va­rianti più impegnative di Omi­­cron, che al momento non sono all’orizzonte, arriveremo in primavera, tra vaccinati e contagiati dall’ultima mutazione, con la quasi totalità della popolazione italiana protetta dalle forme più gravi, come sta accadendo ora in Inghilterra. Saremo cioè in gra­do di convivere con un virus di fatto depotenziato, specie nelle sue conseguenze più nefaste. Insomma, dobbiamo tenere duro ancora per qualche mese».