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«Grazie ai podcast anche i più giovani trovano le notizie»

L’ex Direttore di Repubblica ha fondato Chora, casa editrice specializzata nei contenuti audio: «Abbiamo appuntamenti quotidiani come questa serie breve, con racconti da tutto il mondo, che si chiama “Stories” di Cecilia Sala; sta ottenendo riscontri incredibili. Le Langhe? Hanno successo perché sono autentiche»

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Calabresi: «Su instagram e tiktok non ci sono solo balletti»

Direttore, come è nata la sua passione per i podcast?
«Per Repubblica ave­vo prodotto “Veleno”, una serie realizzata da Pablo Trincia sui bambini allontanati da alcune famiglie in Emilia, e aveva avuto un successo incredibile. Era la prima volta che un giornale metteva un podcast in testa all’homepage: tutti avevano scoperto la possibilità di ascoltare racconti in questa forma. Mi era rimasto l’interesse, quando sono uscito da Repubblica. Dopo essere stato direttore di quotidiani, compresa La Stampa, per dieci anni, volevo sperimentare altre forme di narrazione. Ho studiato quello che stava accadendo in Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti e ho visto due tendenze in crescita. Una, apparentemente desueta perché legata alle email: la newsletter. L’altra, i podcast. C’era al tempo stesso qualcosa di antico, il ritorno alla tradizione orale. Ho sperimentato subito una mia newsletter, è nata così “Altre Storie”».

È gratuita: basta registrarsi su mariocalabresi.com, ogni settimana ci sono una o due storie significative. E i podcast?
«Sulla piattaforma svedese Storytel ho raccontato la storia del fotografo italiano ucciso nella guerra d’Ucraina, Andrea (detto Andy) Rocchelli, “la volpe scapigliata”. Mi sono appassionato e nel settembre 2020 ho aperto una casa editrice di podcast che fa tutto, dall’ideazione alla costruzione, voci e produzione. Si chiama Chora e sorprendentemente ha trovato un grande spazio, ora produciamo moltissime serie. L’ultima di nuovo di Trincia sulla Costa Concordia: “Il dito di Dio”. Poi con Nicola Lagioia abbiamo creato nuovi contenuti de “La città dei vivi”, il suo libro su un fatto di cronaca accaduto a Roma, dimostrando come si possa fare un libro anche attraverso più voci. Io ho una mia serie che si chiama come la newsletter, “Al­tre/Storie” e abbiamo declinazioni quotidiane, come questo podcast breve su tutte le piattaforme, con storie dal mondo che si chiama “Stories” di Cecilia Sala».

A raccontare l’elezione del presidente della Repubblica ci pensa “Romanzo Quirinale”.
«Damilano, direttore del­l’Espresso, spiega la drammaticità, gli intrighi, i punti bassi che ogni sette anni spesso caratterizzano questo momento che, non dimentichiamo, coincise per esempio con la strage di Capaci».

Che cosa offre di diverso il racconto in podcast?
«È molto intimo, ascolti con le cuffie la voce che racconta, è immersivo, ti sembra di essere dentro a quella stessa storia».

Un piccolo miracolo in tempi in cui l’informazione scritta, classica, fatica a conquistare utenti?
«Guardi, sui podcast ho avuto questa intuizione. Pensiamoci: la battaglia per l’attenzione dei lettori si basa tutta sugli occhi. Che tu legga un giornale oppure un libro, che tu guardi una serie su Netflix, un film al cinema, un video su YouTube o Instagram, tutto richiede l’attenzione della tua vista. Poi c’è una parte della giornata in cui guidiamo, camminiamo, corriamo, cuciniamo, riordiniamo, siamo in metro o sul treno… in cui facciamo cose che spesso sono meccaniche. Se si sta facendo il tapis roulant, la cyclette o si sta guidando, il podcast ti tiene compagnia e non ti occupa gli occhi, gioca un’altra partita in un altro spazio».

Rappresenta dunque una nuova frontiera dell’informazione?
«Anche. Tornando a Cecilia Sala, ha avuto un successo immediato, è la rubrica più ascoltata sia su Spotify sia su Apple, soprattutto da 20-30enni. È un modo interessante per dare un’informazione di qualità a settori di popolazione che di solito sono assenti dai canali tradizionali».

Quali storie risultano più efficaci?
«In Italia al momento il “crime”, il giallo, le inchieste, anche le storie del passato. Penso alla Costa Concordia o, prima, a “Polvere” sul caso Marta Russo. Nel mondo, invece, è molto sviluppata la parte comica che qui manca. Altro punto di forza, le lunghe interviste. L’anno scorso ho intervistato il professor Mantovani, il più grande esperto di vaccini, e gli ho rivolto tutte le domande possibili per una durata di 43 minuti. Ho voluto vedere quante pagine di giornale sarebbero state necessarie: a seconda del formato, sei oppure otto. Non conosco nessuno che possa leggere un’intervista a un immunologo così lunga. Invece, decine di migliaia di persone hanno ascoltato gli oltre quaranta minuti audio, magari viaggiando in macchina o in tre­no. E, alla fine, con un’idea approfondita su un tema».

Gli altri media si stanno rivelando inadeguati per un’informazione di qualità?
«Non voglio dare giudizi, però posso dire che oggi dobbiamo essere capaci di capire che ci sono tante esigenze, tanti modi di consumare e di prendere informazioni, che ragazzi dai 15 ai 35 anni sono più propensi a guardare e ascoltare, meno a leggere. Questo non significa che non leggono e, quindi, bisogna dar loro “pillole” di Instagram. Non è vero, se offri un lavoro ben fatto, anche lungo, lo guardano, così come seguono le serie tv. Ma bisogna proporre storie interessanti che parlino linguaggi a loro comprensibili».

Con i podcast si può spiegare bene anche il Covid?
«Anche, ma è ormai un argomento che la grande maggioranza non ha più voglia di affrontare».

Dietro l’angolo quali sviluppi per l’informazione?
«Crescerà di più quella audio e ce ne sarà anche in luoghi dove fino a pochi anni fa era im­pensabile, come Instagram e perfino TikTok, dove ci sono dibattiti tra ragazzi su temi co­me i diritti, l’ambiente o gli orientamenti sessuali: non solo balletti…».

È importante un’offerta diversificata?

«Bisogna sapere che cosa si vuole raccontare, capire a chi si vuole parlare e solo dopo aver individuato queste due necessità individuare lo strumento più adatto».

È una chiave per i giornalisti del futuro?
«Lo dico da anni: le scuole di giornalismo non dovrebbero puntare solo sulla scrittura come finora, ma sulla capacità di usare tanti mezzi e in tante forme».

Lei conosce le Langhe?

«Langhe e Roero sono le mie zone di riferimento, ho tante frequentazioni, principalmente con il mondo del vino. Con la famiglia Gaja, da anni; anche con i Ceretto. Quando un americano mi chiede cosa vedere in Italia, gli rispondo ciò che si aspetta, cioè Roma, Venezia, la Toscana, però la zona più sorprendente d’Italia, come co­struzione del valore, sono le Langhe. Mia nonna era di Montà d’Alba e so che questa è una terra di fatica che nasce dalla “malora” di Fenoglio, dalla guerra partigiana, 50 anni fa non aveva ricchezze. Forse un meccanismo innescato dalla reazione allo scandalo del metanolo, ma quello è stato un punto d’inizio. Due anni fa il guru di Google, Richard Gingras, dopo un convegno a Milano, mi disse: ho due giorni liberi, cosa mi consigli? Lo portai nelle Langhe, partimmo da Barbaresco e visitammo le vigne, poi, con un amico “trifolao” e il suo cane, andammo in cerca di tartufi, nel fango. Lui impazzì».

Le Langhe raccontano storie avvincenti?

«Sì, ma ci vuole credibilità. In un mondo globalizzato c’è sempre più richiesta di storie e prodotti autentici. Come dice An­gelo Gaja: fare, saper fare, saper far fare, far sapere».