Alto contrasto | Aumenta dimensione carattere | Leggi il testo dell'articolo
Home Articoli Rivista Idea «Libertà significa mettere in pagina le proprie idee»

«Libertà significa mettere in pagina le proprie idee»

L’intensa avventura giornalistica di Silvia Truzzi, dagli articoli per IDEA alla redazione del Fatto Quotidiano

0
202

Nella storia di IDEA c’è anche la firma di Silvia Truzzi, giornalista del Fatto Quotidiano oltre che scrittrice. Una collaborazione nata molti anni fa, quando si era trasferita a Torino per entrare nella redazione del Giornale del Piemonte avviando la sua brillante carriera. Oggi le strade tornano a incrociarsi per questa intervista.

Silvia, qual è stato il passo successivo a IDEA e al Giornale del Piemonte?

«Sono stata nelle redazioni locali del Corriere della Sera per le aperture dei dorsi regionali. Da Bologna al Trentino, fino al 2009 quando è cominciata l’avventura con il Fatto Quotidiano e mi sono trasferita a Roma».
Lei è nata a Mantova, città di straordinaria bellezza storica e artistica.
«C’è un capolavoro in ogni angolo del centro: ricordo nel mio liceo, un ex convento del ’300, degli affreschi bellissimi nel bagno delle ragazze».

Come ha scoperto la passione per il giornalismo?
«Mi sono laureata in Giu­risprudenza, dovevo diventare avvocato come mio padre. Durante l’università però ho cominciato a collaborare con piccoli giornali, a Parma, e mi è piaciuto molto. Poi ho avuto l’opportunità di lavoro a Torino. Erano gli ultimi anni in cui ancora i giornali assumevano i giovani. Al Giornale insieme a me hanno cominciato Federico Monga, oggi direttore del Mat­tino di Napoli, Federico Ferri, direttore di Sky Sport, Stefania Aloia, caporedattrice centrale di Repubblica, Marco Sodano della Stampa».

Qual è l’attrattiva principale che spinge a diventare giornalisti?
«Per me è stare dentro le cose mentre accadono, osservare i fatti e incontrare i protagonisti delle notizie in tempo reale. La mia laurea, poi, è stata utile quando, dopo due anni alla cultura, al Fatto ho iniziato a occuparmi di riforme costituzionali, leggi elettorali e politiche del lavoro. Nel 2016 assieme a Marco Travaglio ho scritto “Perché No” una guida ragionata alla riforma costituzionale».

Essere giornalisti significa conoscere il più possibile. Ma è ancora così?

«Quando ho cominciato io, nel periodo del “praticantato” (i 18 mesi prima di poter dare l’esame da professionista, ndr) ci si occupava di un po’ di tutto. Mi capitò anche di fare cronaca nera e vidi il mio primo cadavere, ad Asti… Fu orribile. Andai anche a Novi Ligure per Erika e Omar. Una scuola utilissima, con puntate in cultura, sport, politica. Quante “brevi” ho scritto e riscritto! Oggi se molti giornali sono scritti male, e quindi pensati male, dipende anche dalla scomparsa di questa scuola sul campo. È un mestiere senza maestri».

La crisi economica spiega l’impoverimento dei giornali?

«Il lavoro dei giornalisti si è “proletarizzato”, è un dato di fatto. I freelance sono pagati pochissimo e questo li co­stringe a puntare sulla quantità ovviamente a discapito della qualità. Oltre a essere ingiusto, è un pericolo per la libertà dell’informazione. I privilegi dei giornalisti? Non esistono più da anni, si è passati da un eccesso all’altro».

I diritti del lavoro sono ridotti al minimo.
«Sono stati compressi e limitati, progressivamente, dalla legislazione dei governi, di destra e di sinistra, negli ultimi vent’anni: un fatto che deve preoccupare tutti. An­che noi giornalisti subiremo il prossimo contraccolpo dei licenziamenti sbloccati».

In questo contesto far parte di un giornale come il Fatto Quo­tidiano che ha portato un mo­dello nuovo e vincente è mo­tivo d’orgoglio?
«Siamo partiti in dodici (Carlo Freccero ci aveva soprannominati “Quella sporca dozzina”) con un piano di costi prudente. Le copie sono aumentate in fretta, ma il giornale si è allargato progressivamente, senza strafare. E comunque garantendo sempre compensi adeguati e condizioni ideali per lavorare. Quelle che per esempio a me hanno permesso di andare a trovare a casa loro una serie di intellettuali per gli “Autografi”, una serie di interviste che ho tenuto per più di due anni. Alcune sono state raccolte in un libro per Longanesi “Un paese ci vuole”, omaggio a Cesare Pa­vese, un autore che io amo moltissimo e non mi stanco di rileggere: ho incontrato Ema­nuele Severino, Guido Ce­ronetti, Claudio Magris, Andrea Camilleri e tanti altri. Altrove non sarebbe stato pos­sibile. Sono anche autrice della trasmissione di Mas­simo Gramellini, “Le parole della settimana”».

Quale particolarità rende il Fatto Quotidiano un giornale diverso dagli altri?
«L’idea di non ricevere finanziamenti pubblici e di prevedere che nessun azionista possa avere la maggioranza, unita a una forte presenza dei giornalisti nell’azionariato, si è rivelata vincente. Ciò che conta soprattutto è l’impagabile libertà di scrivere ciò che si pensa. Non ho mai ricevuto una telefonata da parte del direttore per cambiare o forzare un concetto. Siamo un giornale che anche quando sbaglia, e succede spesso, lo fa in proprio. E poi c’è un rapporto stretto con i lettori, ba­sato su un dialogo anche vivace. Ogni anno li incontriamo a Forte dei Marmi, alla Ver­siliana».

Spesso Il Fatto difende posizioni in controtendenza, siete sempre tutti d’accordo?

«Ci sono riunioni lunghissime in redazione, ci confrontiamo con toni anche accesi. La linea la dà il direttore, come in ogni giornale, ma trovano cittadinanza anche posizioni diverse».

Un punto sembra indiscutibile: quello del Fatto Quotidiano è un modello economico di successo.
«Lo è grazie al lavoro dei direttori che lo hanno guidato e alla nostra “ad” Cinzia Mon­teverdi, una giovane manager che conosce bene il mercato ed è sempre stata attenta ai conti, volendo bene al giornale e a chi lo fa. Gli ultimi dati Ads confermano che le vendite continuano ad andare bene».

In che cosa si distingue il vostro giornalismo?
«Secondo me dal fatto che ci divertiamo ancora moltissimo. Scherzi a parte, mi capita, in certe conferenze stampa, di alzare la mano per fare domande che attirano su di me sguardi di sconcerto, anche da parte dei colleghi: “ecco una rompiballe del Fatto”. Eppure, il nostro compito dovrebbe essere quello di scoprire le verità, anche attraverso le famose domande scomode, che vanno rivolte so­prattutto a chi governa e a chi ha il potere. È una situazione ricorrente, succede perfino a Sanremo che è una gara di canzoni, non proprio il Con­siglio di Sicurezza dell’Onu».

Come è stato scrivere un romanzo come “Fai piano quando torni”?
«In Italia si pubblicano troppi romanzi. Sono una lettrice appassionata e ho molto rispetto per la letteratura, che mi ha salvato la vita tante volte. Mai avrei creduto di scrivere un romanzo! Poi un piccolo incidente mi ha co­stretta qualche giorno in ospedale, dove ho conosciuto una donna straordinaria che si è confidata con me: il suo segreto è stato l’ispirazione per quel libro. La signora Anna, nata poverissima e ceduta come sguattera a una famiglia di nobili quando era piccola, non aveva potuto sposare il suo grande amore, un carabiniere meridionale, a causa dei pregiudizi della famiglia. Entrambi si sono sposati e hanno avuto figli con altre persone. Ma sono rimasti in contatto: si sono scritti una lettera d’amore alla settimana. Per più di settant’anni. Da quelle lettere, bellissime nella loro semplicità, è nato il romanzo».

La meraviglia della scrittura…
«Pavese diceva che scrivere riunisce due gioie, parlare da solo e parlare a una folla. Nel mio piccolissimo, lo penso anche io».

BaNNER
Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial