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L’opinione di Pierluigi Vaccaneo. Vi spiego il perché…

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«Nel suo ultimo messaggio perdonava tutti. noi vorremmo che oggi tutti lo ringraziassero per le opere che ci ha lasciato»

«Pavese scrisse un ultimo messaggio prima di morire: “Non fate troppi pettegolezzi”, chiese. Ma soprattutto scrisse: “Perdono tutti, a tutti chiedo perdono”. Ecco, noi della Fondazione oggi vorremmo che si potesse davvero seguire quella sua richiesta, scritta 70 anni fa. Perdoniamolo. Non è stato l’Ulisse che torna a Itaca, il personaggio di cui lui stesso scrive nei “Dialoghi con Leu­cò”, che cerca figlio e moglie. Ma merita non solo il nostro perdono, merita che lo ringraziamo per tutte le opere che ci ha lasciato, per la letteratura in cui ci riconosciamo. Il suo racconto ha a che fare con la nostra identità e con il territorio. Anche se a Santo Stefano Belbo è rimasto per pochi anni e solo fino alla prima elementare, la campagna che qui ha vissuto, quella delle Langhe, rappresenta qualcosa di fondamentale.
Come Fondazione abbiamo realizzato un’intervista con Maria Luisa Sini, la nipote di Cesare Pavese, di cui mostreremo un’anteprima il 27 agosto in occasione dei 70 anni dalla morte e che presenteremo ufficialmente il 25 ottobre a Santo Stefano Belbo in occasione del Premio Cesare Pavese. Lei ci ha confermato quanto Pavese fosse realmente legato alla campagna, elemento che diventa un’allegoria nei suoi pensieri, uno strumento per sviluppare il suo racconto. “Un paese ci vuole”, dice lui stesso in un famoso passaggio di “La luna e i falò”. Ma poi, quale paese? Ancora oggi tutti noi cerchiamo una risposta a questa domanda. È importantissimo mantenere un legame con le proprie origini, riconoscersi in una identità condivisa che fa riferimento a un territorio. Pavese si sentiva figlio di questa terra, provando un senso di abbandono e per questo cercava un significato per dare un senso al suo essere adulto. Oggi le Langhe sono molto cambiate, ma il potenziale identitario rimane. Il tempo non c’entra. La collina non ha secoli. Io per esempio abito a Moncucco da 44 anni e ogni sera assisto a questa magia che si rinnova. Sono davanti a colline meravigliose, una presenza che è più vecchia di me. E che si confronta quotidianamente con la sua identità rispetto alla mia, sento questo legame profondo. Ed è ciò che Pavese inseguiva e documentava, lasciandoci in eredità una traccia indelebile. Ora possiamo seguirla. Ed è per questo che gli diciamo grazie. Grazie davvero.