Home Articoli Rivista Idea L’uomo di Langa inviato in Puglia dal Papa

L’uomo di Langa inviato in Puglia dal Papa

Padre Franco Moscone da poco più di un anno è arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, nella terra di San Padre Pio

0
1289

Padre Franco Mosco­ne rifugge dal titolo di “monsignore” che gli spetta quale arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, in Pu­glia. Questo dice molto, più di tante parole, del suo approccio con l’incarico pastorale e con la comunità cattolica che gli è stata affidata del Pontefice poco più di un anno fa.
è nato ad Alba il 10 dicembre 1957 ed è stato ordinato presbitero il 16 giugno 1984.
Eletto alla sede arcivescovile dal Papa il 3 novembre 2018, è stato ordinato vescovo il successivo 12 gennaio.
Buongiorno, padre Franco Mo­scone, qual è stata la sua prima reazione quando le hanno co­municato, nel novembre 2018, che papa Francesco l’aveva no­minata vescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo?
«Sono stato sorpreso in merito al luogo e alla caratteristica della Diocesi. Mi spiego. Quan­to al luogo non lo conoscevo, se non per competenze geografiche e storiche. Avevo girato in lungo e largo l’Italia (e non solo), però mai messo piede in Gargano e in provincia di
Fog­gia. Ovviamente sapevo di San Giovanni Rotondo per la figura di Padre Pio, ma non avevo mai nutrito particolare interesse per le sue personalità e spiritualità. Quest’ultima
ca­ratteristica devo dire con franchezza che sapeva anche un po’ da parte mia di “pregiudizio”: conoscevo un Padre Pio più di tipo “devozionista” che di spiritualità e carità. Questo mi a­veva tenuto lontano dalla sua figura, per cui la richiesta di diventare vescovo proprio nella terra di Padre Pio mi ha lasciato davvero sorpreso».
Come si trova un uomo di Langa come lei, la cui famiglia è originario di Serra­lunga d’Alba, nella nuova sede pugliese?
«La tradizione ha dipinto gli uomini di Langa come dei “bugianen”, ma si tratta di un pregiudizio. Ho girato il mondo e ho trovato italiani e “langhetti” un po’ ovunque, per cui concludo che siamo gente capace di ambientarci a tutte le latitudini. Inoltre mi sembra di poter dire che, per alcuni aspetti, di territorio selvaggio il Gargano assomigli un po’ all’alta Langa. E ho scoperto che anche qui si trovano tartufi bianchi: non avranno la qualità di quelli di Alba, ma si avvicinano abbastanza. Non ho trovato, quindi, difficoltà a di­ventare cittadino di Manfre­do­nia, più di quanto non avessi già sperimentato nei miei diversi spostamenti richiestomi negli anni di vita in Con­gre­gazione».
Nel suo delicato impegno pastorale ha trovato disponibilità e collaborazione da parte della Diocesi e del clero locale?
«Devo dire che la Diocesi mi ha accolto con molto calore ed entusiasmo favorendo in questo modo il mio inserimento nella Chiesa locale sipontina. Ho trovato un laicato aperto verso il proprio pastore, desideroso di poterlo avvicinare e capace di stimolarne continuamente la missione. I fratelli nel sacerdozio mi hanno accolto, magari con un po’ di curiosità, per la mia provenienza dal nord e soprattutto dalla vita religiosa, ma mi stanno aiutando mol­to a inserirmi nella struttura della Diocesi (per me nuova), e nella cultura garganica. C’è chi mi insegna espressioni dialettali, proverbi e modismi al fine di aiutarmi a capire e ad apprezzare l’indole della popolazione e della mentalità locale. Ov­via­mente ho bisogno di più di un anno per potermi sentire e dire “garganico”, ma sto trovando una buona corrispondenza e aiuto da parte tanto del laicato che del clero».
Nella sua qualità di vescovo di San Giovanni Rotondo, lei ha anche la responsabilità dell’ospedale “Casa sollievo della sofferenza”, fondato da Padre Pio: che tipo di realtà è? Ce ne vuole parlare?
«“Casa sollievo della sofferenza” è l’opera di carità voluta da Padre Pio ed è l’espressione della sua attenzione ai sofferenti e agli ammalati. Si tratta di un ospedale di qualità ed eccellenza cercato non solo dalla popolazione locale o pugliese: un quinto dei ricoverati proviene da fuori regione e molti anche dall’estero, soprattutto Paesi balcanici e del medio oriente. Il sogno di Padre Pio fu quello di realizzare a San Giovanni Ro­tondo (su una montagna) un “tempio di scienza e di preghiera” a carattere internazionale e “capace delle più ardite innovazioni tecnologiche”, dove ogni persona ammalata avvertisse che era assistita con amore e si sentisse come a casa. Di questa precisa missione chi opera a “Casa sollievo” continua a sentirsi responsabile e sa di lavorare in un “ospedale” che ha co­me fondatore un Santo. Non si tratta di una cosa comune, ma proprio per questo è un valore aggiunto da non perdere e da sviluppare. Per tracciare un’immagine, anche solo parziale, di “Casa Sollievo” ci vuole più di una risposta alla domanda di cui sopra. Bisogna venire a San Giovanni Rotondo e verificare la qualità e direi anche la “bellezza” di tale opera. Chi visita co­me pellegrino il santuario di Padre Pio non può non riconoscerne la continuità della presenza attraverso il suo ospedale».
Il forte messaggio di Padre Pio è ancora oggi molto attuale non solo in Puglia, ma in tutto il mondo. Qual è secondo lei il cuo­re del messaggio del Santo di Pietrelcina?
«La spiritualità di Padre Pio è al contempo così popolare e im­pattante, in chi l’incontra, da poter parlare a tutte le culture del mondo, e oserei dire anche a tutte le religioni. Il cuore del suo messaggio, secondo me, è quello di riuscire a mettere insieme con concretezza devozione e carità: non si possono scindere. La carità è prova della vita interiore di rapporto con Dio, e tale vita interiore non può che dare frutti di carità e solidarietà verso il prossimo ed il popolo. Padre Pio è un santo “popolare”, perché è uno del popolo e per il popolo, non è “per sé”, ma per l’altro. è stato definito, anche per l’essere stigmatizzato, il “Cireneo dell’u­manità”: colui che porta su di sé la croce di Cristo e di ogni per­sona sofferente. Trovo mol­to bella e affascinante la definizione che dà di se stesso: “O­gnu­no può dire Padre Pio è mio!”».
Caro vescovo Franco Moscone, vuole lasciare un suo messaggio di luce e di speranza ai tanti lettori di “IDEA”?
«Mi piace il nome della rivista: “IDEA”! Avendo fatto studi filosofici e insegnato filosofia, non posso non apprezzare la forza innovativa delle “idee”. Devo però concordare con pa­pa Francesco che “la realtà precede l’idea” e che quest’ultima è al servizio della realtà. Invito quindi i lettori della rivista a essere persone che sanno porre le loro “idee”, professionalità, capacità progettuale, ecc. a servizio della realtà: la realtà del territorio di appartenenza (la provincia Granda) e del villaggio globale che è l’intero pianeta».

Portare il Vangelo in nuove esperienze e periferie non solo geografiche,
ma anche esistenziali

Padre Franco, sembra che nella società odierna molte persone abbiano dimenticato i grandi valori della famiglia e della fede cristiana: secondo lei, come mai?
«Credo che i valori cristiani siano entrati nella cultura occidentale ed europea, ma non vengano più riconosciuti in quanto tali: non si tratta tanto della “perdita” di alcuni valori, quanto della “dimenticanza” della loro storia e origine. Va però aggiunto che adesione ai valori non significa immediatamente fede accettata e vissuta co­scientemente. Per assurdo mi sentirei di affermare che “cristiano” non è im­mediatamente sinonimo di credente (lo stesso vale per l’ebreo o il musulmano… non sono sinonimi di credenti in Jahvé o Allah). Stiamo poi vivendo un mutamento epocale, si cambiano paradigmi fondamentali di riferimento (la famiglia tradizionale è uno di questi), la rivoluzione tecnologica, il nuovo “continente” digitale e il mondo dei “social” ci hanno come sopraffatto in modo improvviso e con continue accelerazioni. Tutto questo porta a scompensi o a “accorciare” la memoria. Più che a perdere quanto il cristianesimo ci ha portato, credo che viviamo uno smarrimento di punti sicuri di riferimento che ci fanno sentire in continua agitazione. Per chi crede non si tratta di perdere la speranza, ma di sentirsi chiamati a portare il Vangelo in nuove esperienze e periferie non solo geografiche, ma esistenziali».
Nella sua attività pastorale, quando ha trovato sul suo cammino degli ostacoli, come li ha affrontati?
«è normale trovare ostacoli nella propria vita, lo è quindi anche nella missione pastorale. Gli ostacoli essendo tra loro diversi richiedono ap­procci e sforzi diversi. Quello che con­ta è non perdere mai la speranza e cercare di leggere l’ostacolo anche co­­me un’opportunità o un appello alla ricerca. Posso dire, nella mia vita, di aver curato più la speranza della stessa fede!».