«Politica distante? I giovani facciano di più per riconquistarla»

Francesco Verderami, analista politico del Corriere della Sera: «Giorgia Meloni, prima donna premier in Italia, rappresenta una novità poco riconosciuta dalla cultura mainstream di sinistra. Eppure è grazie a lei se Biden e Van der Leyen hanno riaperto il dialogo con il nostro Paese»

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Analista della sce­na politica tra i più raffinati e, al tem­po stesso, an­che controcorrente quando serve. Francesco Verderami osserva da anni lo scenario italiano e, nell’ultimo periodo, le inevitabili ripercussioni e i collegamenti con gli avvenimenti su scala internazionale. Come ad esempio il recente segnale di pericolo acceso dal ministro Crosetto a proposito di un possibile attacco di Israele contro Hezbollah in Libano, dove potrebbe essere coinvolto il contingente dei militari italiani. Mai come in questa fase gli equilibri sono fragili e meritano un approfondimento.

Elezioni in arrivo e disaffezione degli elettori in aumento: cosa dobbiamo aspettarci in vista dell’8 e 9 giugno?
«Quello dei votanti è il primo dato importante, perché possiamo ritenere un sistema davvero stabile solo sulla base di un elettorato consistente. Ma se invece parliamo di un sistema dove a votare va solo il 50% degli elettori, ecco che non c’è stabilità, manca una parte importante. Vedremo cosa accadrà alle elezioni. Il tema della disaffezione non mi appassiona, saranno i politologi a occuparsi delle ragioni. A me, come giornalista politico, interessa in quanti andranno a votare. Perché se una maggioranza emerge da meno del 50% dei voti è vero che c’è pur sempre un risultato, ma manca il responso dell’altra metà del Paese. Basterebbe che questa decidesse di andare a votare e il quadro della geografia politica sarebbe più chiaro e stabile».

Alle ultime Europee furono i giovani a tenere alti i numeri, accadrà anche stavolta? In realtà, i giovani faticano a capire questa politica spesso “vecchia”.
«Si dice che i ragazzi siano disinteressati e che questa disaffezione sia responsabilità della politica. Non riescono a farsi capire dagli adulti? Penso che sia vero, ma non del tutto. In una realtà internettiana dove la brevità dei messaggi ha portato alla riduzione della soglia di attenzione, è vero che la politica dovrebbe fare un passo avanti, ma i giovani devono anche capire che i problemi complessi non si risolvono nelle 140 battute di un tweet. C’è insomma anche la corresponsabilità dei giovani nell’alibi della politica incapace di trasmettere argomenti. Oggi i giovani non ci provano neanche, a parte qualche esempio radicale come imbrattare i muri di Palazzo Vec­chio a Firenze».

Sarà che il potere è controllato e gestito dai più anziani?
«È un luogo comune. Abbia­mo un premier donna e relativamente giovane. Ca­pisco che sia di destra ma rappresenta una novità assoluta, seppur indigesta per il mainstream culturale della sinistra salottiera. La Meloni ha rotto il tetto di cristallo, è a capo del governo non per cooptazione, ma perché ha vinto la partita. Alla cultura radical chic darà fastidio, ma è un dato di fatto. La sinistra ancora una volta è arrivata in ritardo».

Come sta interpretando questo ruolo Giorgia Meloni?
«Fino ad ora ha tenuto un atteggiamento coerente con la linea del Paese. Le relazioni internazionali sono stabili. L’Italia era isolata dall’Eu­ropa e dal mondo? Invece Biden ha chiamato Meloni due volte a Washington. E c’è chi afferma con malizia che la Van der Leyen sia diventata la sua cameriera solo perché è venuta in Italia già diverse volte. Tutto questo sottolinea la centralità e la sopravvenuta importanza del Paese. Le chiacchiere stanno a zero».

E la sinistra? Lei ha scritto che intanto il Pd è lacerato e diviso al suo interno.
«Nella sua domanda c’è già la risposta, perché il Pd che era nato come partito di centrosinistra mentre oggi è composto solo da esponenti di pura sinistra e da cattolici democratici, ormai nel ghetto. Nella storia il frazionamento interno c’è sempre stato ma ora è diverso, la sfida culturale dei 5 Stelle ha delegittimato il Pd sulla questione morale. Ed è come se a uno juventino venisse chiesto di indossare una maglia nerazzurra…».

Qual è l’esame più difficile che il governo dovrà affrontare?
«Il problema di Giorgia Meloni non è nelle urne e nei numeri che ne usciranno, ma nella legge di bilancio. Ve­niamo da un periodo durissimo, tra pandemia, crisi economica, guerre, recessione e aumento dell’inflazione. In questo contesto, il centrosinistra – a cominciare da Conte con il governo che era di fatto giallo-rosso – ha perso la verginità da defensor dei rapporti con l’Europa e dei conti pubblici. E siamo arrivati al superbonus partendo da – ricordate? – i banchi scolastici con le rotelle e il bonus biciclette. La Tatcher giustamente diceva di non chiamarli “soldi pubblici ma soldi dei contribuenti”».

Ha conosciuto e raccontato da vicino l’epopea di Berlusconi. Che cosa ne rimane oggi?
«Paradossalmente l’atteggiamento della sinistra riformista, la radicalizzazione di Salvini e al tempo stesso la crisi tra Calenda e Renzi che ha dissipato un’idea di centro, hanno portato alla de-berlusconizzazione di Forza Italia. Ora si tratta di una piccolissima area di centro che prenderà i suoi voti ma che da sola non conta, eppure è importante per la vittoria del centrodestra. Lì la partita è più interessante. Giorgia Meloni ha fissato nel 26% (stesso risultato delle politiche) la soglia che per lei rappresenterebbe un successo alle elezioni europee. Però va detto che è al governo da due anni, un periodo di tempo che solitamente logora chi è nella sua posizione. Perdere quella quota non sarebbe poi troppo sbagliato, considerato come arriva alle elezioni. Diversa fu la situazione per Renzi che ci arrivò con il 40% dei consensi interni. Ma era un’altra storia e c’era il Pd che vedeva Renzi come il diavolo».

Lei invece come vede il Piemonte e le aziende del territorio?
«Una realtà vivace fatta di tante imprese e altrettanti distretti, davvero una ricchezza per il Paese. Il Piemonte come il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Ro­magna. Vorrei poterlo dire anche per la mia Calabria, ma non è così. Però al sud possiamo indicare la Puglia come un esempio di crescita imprenditoriale. Noi cittadini, noi tutti, abbiamo però un enorme problema che resta irrisolto, quello del debito pubblico. Un fardello che pesa su ogni attività. Prima o poi la politica dovrà fare un’operazione verità e affrontare questo tema. Dovrà accadere. Se non “sua sponte”, saranno i fatti a far emergere l’evidenza. Ecco la sfida più importante per il governo Meloni».

CHI È

Giornalista politico, è nato a Gioia Tauro (Reggio Calabria) nel 1962. Scrive per il Corriere della Sera dal 1993 dove è inviato ed esperto di retroscena politici. Per la sua conoscenza della materia, è spesso ospite dei principali talk show televisivi in prima serata

COSA HA FATTO

Prima di entrare al Corriere (nella redazione romana) è stato assunto nell’85 da Oggisud di Catanzaro, scrivendo di sport, cronaca nera e giudiziaria. A Roma ha iniziato a occuparsi di politica per le testate del gruppo Fininvest (Parlamento In) e per l’agenzia Agi

COSA FA

Ha firmato per dieci anni una rubrica (“Onorevoli segreti”) per Sette. Dal 2003 ha curato ogni settimana per la prima pagina del Corriere la rubrica di politica “Settegiorni”. Ha ideato e condotto programmi televisivi per La7 (“In breve” e “R-Retroscena”), e una rubrica quotidiana di politica per Sky tg24 (“Il dettaglio”). Scrive per la rivista scientifica Polena