«Lo sguardo femminile sul potere per riflettere»

A teatro Elena Russo Arman è Elisabetta I: «Tante rinunce, ma difese sempre il suo essere donna»

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Eclettica per indole e per scelte, Elena Rus­so Arman ha alle spalle un percorso artistico ricco e movimentato, pieno di stimoli che la traghettano verso sentieri laterali ai quali dà seguito con il rigore e la passione che guidano la strada maestra. Quella che, partendo dalla Scuola del Teatro Stabile di Torino, sotto l’ala di Lu­ca Ronconi, l’ha condotta al Tea­tro dell’Elfo di Mi­la­no, spazio po­livalente diretto da Elio De Ca­pi­tani e Ferdinando Bruni. Lì ha trovato la sua casa, come interprete e artista: il luogo dove creare e sperimentare, attingendo a risorse e idee sempre nuo­ve che chiamano dentro mu­sica, pittura, poesia e letteratura. Nonché la sua antica vocazione di scenografa e costumista, un attimo prima che la recitazione prendesse il sopravvento.

Elena, è vero che è suo il sontuoso costume che indosserà come Elisabetta I d’Inghil­ter­ra nello spettacolo che debutterà all’Elfo il 17 gennaio?
«No, i costumi de “I corpi di Eli­sa­betta” sono tutti disegnati da Fer­di­nando Bruni, io mi limito a in­dossare il mio in modo regale. Ma i costumi per me sono stati il gio­co da cui è cominciata la mia av­ventura teatrale e l’incontro con l’Elfo, dove sono tutti artisti e artigiani, mi ha fatto tornare la voglia di essere autrice nel senso più ampio. Cosa che ho fatto per altri spettacoli».

Ci racconti di questa Elisabetta, una novità per l’Italia.
«Un allestimento “made in Elfo” diretto da Elio De Capitani e Cristina Crippa. Il testo è di Ella Hickson, un’autrice inglese mai rap­presentata in Italia, tradotta da Monica Capuani. In compagnia ci saranno Enzo Curcurù e Cristian Giammarini, mio compagno alla scuola dello Stabile e più volte in scena, e Maria Cag­gianelli Villani, una giovane attrice che considero un po’ la mia pupilla, che interpreterà Elisa­bet­ta principessa».

Invece lei sarà Elisabetta re­gina. Com’è questa donna che regnò per 44 anni?
«La regina che ha regnato più a lungo senza essersi mai sposata. Quella dell’autrice è una rilettura contemporanea di un personaggio eccezionale: lo sguardo femminile sul potere che mostra una donna che ha dovuto rinunciare a una parte di sé, del suo corpo sensuale a favore del corpo politico. Difendendo il suo essere don­na, nella consapevolezza che il potere è maschile».

Come?
«Adottando delle strategie. Era vanitosa e sensuale, però non voleva essere chiamata “queen” ma “king”, oppure “regina vergine”, un appellativo che ne faceva un simulacro benché pare avesse avuto un certo numero di amanti e forse anche dei figli».

Ho la tentazione di farle una domanda.
«Il Presidente?».
Ecco…
«Un argomento caldo. Ma noi non siamo nel 1500. Oggi trovo sconcertante che si faccia fatica a definirsi, per esempio, direttrice d’orchestra. Inoltre, Elisabetta non è stata una tiranna e ha fatto molto per l’Inghilterra e per il suo popolo».

E a proposito di potere nelle mani delle donne, ha appena interpretato Regan, una delle due figlie cattive di Lear, nel “Re Lear” con Elio De Capitani. Shakespeare, a queste due don­ne così avide di potere, fa fare una gran brutta fine.
«Punisce la loro bramosia di potere, di sesso, di controllo, con l’autodistruzione. Re Lear è un esemplare perfetto di patriarcato e Go­neril e Regan, le due figlie cattive di cotanto padre, ne sono l’eredità. È la prima volta che mi trovo a interpretare un personaggio così negativo e ho dovuto cercare di comprenderlo, scovando in me dei tratti di crudeltà possibile…».

E quali tratti ha scoperto?
«Credo una certa capacità di sfruttare alcune peculiarità femminili, tipo la seduzione, per scopi politici. Il mettere in atto piccole strategie per aggirare l’ostacolo, rendendosi dolci, accomodanti».

Non credo le appartengano.
«Ma il teatro è anche questo. E lo studio su Elisabetta, già avviato, mi è stato molto di aiuto».

C’è una donna che è entrata nella sua anima, Emily Dickin­son, a cui ha dedicato uno spettacolo importante, di cui ha firmato anche scene e costumi: “La mia vita era un fucile carico (being Emily Dickinson)”, dal titolo di una sua poesia.
«Con Emily ho giocato con parole e musica e mi sono concessa libertà di sperimentazione. Ne è nato uno spettacolo sul suo im­maginario esistenziale e poetico parecchio vicino al teatro di figura. In scena con me c’era la chitarrista Alessandra Novaga, con cui condivido un percorso di ricerca sul rapporto parola-musica».

Cosa c’è di Emily in Elena?
«La trasgressione pacifica, la resistenza silenziosa. Io continuo a sentirmi insicura, a essere timida e a propendere per la mediazione. Una strategia tutta femminile. C’è la sicurezza di una stanza che era sì una gabbia ma anche enorme spazio di libertà».

Quella libertà che ha portato anche lei a scrivere nientemeno che un libro su Leo­nar­do da Vinci…
«Un libro pop-up, “Leonardo, che genio!”, nato insieme allo spettacolo con lo stesso titolo, in cui racconto la vita di Leonardo attraverso la successione di sette quadri».

Che ricordo ha invece del Museo di Arte Contemporanea nel Ca­stello­ di Rivoli dove ha debuttato in “Pilade” e “Cal­de­rón” di Pa­so­lini, diretta da Luca Ronconi?
«Indimenticabile. Era il saggio di diploma e noi ci aggiravamo liberi tra le opere di Pistoletto, Fontana, Cattelan, un’occasione incredibile».

Cosa ha rappresentato Ronconi per lei?
«Un grandissimo maestro a cui devo, tra l’altro, l’incontro con Ma­riangela Melato con cui feci “L’affare Makropulos” di Karel Capek. Mariangela era un’artista enorme, di un’altra epoca, una di quelle in via di estinzione. La tournée con lei è stata una scuola in tutti i sensi, dove ho imparato anche come ci si comporta sul palcoscenico».

E con alcuni colleghi formatisi alla scuola di Ronconi, Lorenzo Fontana, Nicola Bortolotti, Fran­ca Penone e Alessandro Mor, ha fondato Invisibile Kollettivo, con cui avete messo in scena “L’av­versario” di Emmanuel Carrère.
«Cinque vite incasinate con tanti progetti e la passione per lavori che richiedono lunghe gestazioni e lasciano totale libertà. Il prossimo progetto riguarderà Goldoni».

A cura di Alessandra Bernocco