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«Quando saliamo sul palcoscenico conta solo la gente»

A 42 anni dall’esordio, la commedia dialettale della compagnia Il Nostro Teatro di Sinio è un riferimento. Ne abbiamo parlato con l’anima, Oscar Barile: «Avvertiamo tanta responsabilità»

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Quarantadue anni di attività e oltre duemila spettacoli. Ba­sterebbero questi due dati per comprendere il valore della compagnia Il Nostro Teatro di Sinio. Ma questa realtà – specializzata nella commedia dialettale – è molto di più: splendido testimone della cultura piemontese, ha saputo arricchire il territorio con un servizio di arte e intrattenimento dai risvolti sociali incredibili. Tra le colline Unesco e non solo. Tutto questo partendo dal nulla, o meglio, dalla sola passione per il teatro. È quanto ha spiegato a IDEA l’anima della compagnia, Oscar Barile.

Ci racconta come è iniziata l’avventura?
«È partito tutto da un gruppo di quattro amici. Eravamo negli anni Settanta e per dare sfogo alla nostra passione per il teatro, andavamo spesso a Torino, al Carignano, oppure all’Alfie­ri. Qui in zona non c’erano praticamente spettacoli. La folgorazione arrivò nel 1979, ad Alba: prima, assistemmo ad alcuni eventi teatrali portati dalla Festa del Pie­munt e poi, a fine anno, sempre nella capitale delle Langhe, seguimmo lo spettacolo proposto al­l’Isti­tuto Ferrero da una compagnia torinese. Si esibì con “Na lëssion ’d piemontèis”. All’uscita ci venne l’idea di provare a riproporlo. Ser­vì comunque un po’ di tempo, perché non sapevamo proprio che cosa volesse dire portare in scena uno spettacolo. Così l’esordio arrivò solo due anni più tardi, nel 1981».

Vi eravate preparati per bene.
«Insomma… Provavamo nei po­meriggi d’estate, usando come palcoscenico il cortile di uno del gruppo che generalmente veniva utilizzato per “stendere” le nocciole. La famiglia che ci ospitava, invece di fare il sonnellino pomeridiano, restava a guardarci: era il nostro pubblico».

Come andò lo spettacolo d’esordio?
«Bene. Per la gente del posto sembrava incredibile poter assistere a uno spettacolo teatrale sotto casa, realizzato peraltro da loro compaesani. Quello spettacolo è poi diventato un nostro cavallo di battaglia: lo abbiamo riproposto qualcosa come 200 volte. Dopo l’esordio, comunque, non immaginavo proprio che quell’esperimento sarebbe diventato una storia così importante…».

E a Sinio avete anche costruito la vostra casa.
«La casa della nostra compagnia e di tutte le persone che hanno contribuito a realizzarla».

Un primo esempio di crowdfunding: ce ne parli.
«Pensammo alla vecchia chiesa della Confraternita perché era praticamente abbandonata. Ve­niva usata come deposito, dopo aver ospitato, negli anni Ses­santa, il cinema parrocchiale, andato via via scomparendo con l’avvento della tv. L’ultima Messa, invece, era stata celebrata nel 1928, per San Luigi».

C’era il palco?
«Sì, molto artigianale. Non c’era altro di utile, però… Nemmeno il riscaldamento».

E così?
«Avviammo una raccolta fon­di. Come prima donazione, versai il premio di circa 13 milioni delle vecchie lire che avevo vinto in tv al quiz condotto da Loretta Goggi. Poi chiedemmo a ogni famiglia di Sinio di aderire con un contributo di 10mila lire: lo versarono tutti e in cambio ricevettero due serate gratis nel futuro teatro. Poi arrivò un finanziamento della Regione e il Comune coordinò il progetto di riqualificazione. Da allora non ci siamo più fermati, spettacolo dopo spettacolo, sempre autofinanziandoci».

E mettendo sempre al centro la solidarietà…
«Solo di recente, abbiamo aiutato le popolazioni terremotate di Siria e Turchia e quelle alluvionate dell’Emilia-Roma­gna, oltre al Centro di prima accoglienza di Alba, attraverso il ricordo di don Gianfranco Marengo. Quello solidale è un aspetto a cui io e tutti gli altri componenti della compagnia teniamo parecchio».

Torniamo… sul palco. Con il tempo lei è diventato anche autore degli spettacoli.
«Ho sempre arricchito ogni copione con qualche particolare “personalizzato”, ma si può dire che fino a metà degli anni Novanta abbiamo rappresentato opere già esistenti. Poi, nel 1995, spinto da mia moglie, ho scritto “Gratacul”, versione no­strana dello spettacolo francese “Fiore di cactus”. L’adat­ta­mento ottenne un buon successo e così mi convinsi a scrivere una commedia tutta mia: la portammo in scena l’anno successivo. In seguito, ne ho scritte altre venticinque…».

Il denominatore comune?
«La fedeltà al pubblico. Non dobbiamo mai dimenticare che saliamo sul palco per la gente».

Il vasto repertorio è l’altro vostro segreto?
«In effetti portiamo in scena di tutto: da temi d’attualità a racconti della nostra esperienza vissuta o, comunque, della tradizione piemontese. Ora sto scrivendo due nuove commedie: una sui giovani che diventano genitori e una… sull’età che avanza. Ma non voglio dire altro».

Come sarà Il Nostro Teatro di Sinio tra qualche anno?
«Abbiamo costruito qualcosa di bello e oggi avvertiamo responsabilità. In questi 42 anni sono passati da noi oltre 100 attori; al momento, quelli fissi sono una ventina e alcuni di loro so­no particolarmente motivati. Ri­spetto a qualche tempo fa, oggi è tutto più complicato, pure riuscire a trovarsi per provare. Ma la passione è sempre la stessa, così come la richiesta del pubblico: quindi…».