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«Mettiamo le ali alle startup che hanno visione»

Nella giuria dell’Ancalau c’era Mauro Ferrari, nominato miglior Business Angel d’Italia 2022

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È il papà di tante startup diventate poi realtà di successo, alcune anche quotate in borsa. Stiamo parlando di Mauro Ferrari, vicepresidente del Club degli Inve­stitori di Torino, nominato mi­glior Business Angel d’Ita­lia 2022. È stato lui, secondo la giuria, il miglior investitore in startup dell’anno. Il suo è un percorso ricco di storie di successo grazie all’investimento in società innovative come Directa Plus, Ge­nenta Science, D-Orbit (che si è appena aggiudicata progetti spacetech finanziati dal Pnrr per un totale di 60 milioni), Sati­spay, Newcleo, alcune delle quali le ha anche supportate nella crescita. Grazie an­che a questa sua eccezionale esperienza, Ferrari ha fatto parte della giuria del premio Ancalau, che si è svolto a Bo­sia nei giorni scorsi. Un premio nato per incoraggiare lo spirito creativo dei giovani tra i 18 e i 35 anni, assieme alla capacità di ideare progetti che siano sviluppabili su basi im­prenditoriali, contribuendo in varie forme alla loro concretizzazione.

Il Premio Ancalau ha scelto la startup sulla guida autonoma dei trattori, immagina diventerà un’applicazione di successo?
«Noi abbiamo premiato quella che ci pareva più interessante e tra l’altro legata alle attività del territorio, ai prodotti della terra. Un elemento che potrà rivelarsi vincente è che può essere applicata ai trattori che un agricoltore possiede già, non è necessario comprarne uno nuovo. Però è una strada ancora in salita, non è semplice far diventare un’ottima idea un prodotto da business. Questi ragazzi dovranno fare molte prove, in modo che sia un successo da subito. Sono una bella squadra, questo è un altro fatto fondamentale, han­no il carattere per farcela. Devo dire che anche gli altri quattro progetti erano molto interessanti, è stata una scelta difficile».

Qual è il ruolo che si è ritagliato il premio Ancalau nel corso di que­sti anni?
«È cresciuta molto questa iniziativa. All’inizio era locale, ora abbiamo concorrenti da tutta Italia, come gli ingegneri che hanno vinto che arrivano dal Lazio e dall’Abruzzo».

Investire sulle startup è ancora remunerativo?
«Io faccio l’angel da dieci anni, da quando sono entrato a far parte del Club degli In­vestitori di Torino. Lo scopo è quello di far sì che la startup possa rendere, ma non si pensa solo al tornaconto e non è l’obiettivo principale. Ognuno di noi investe perché crede nel progetto e vuole dare una mano. Ogni anno ar­rivano sul nostro tavolo dai 1.300 ai 1.500 progetti. Una fonte importante è il Poli­tecnico di Torino, valutato nel 2022 come miglior incubatore del mondo. Ad esempio la startup dedicata al tennis e finalista all’Ancalau arrivava proprio dall’incubatore del Poli­tecnico. Di tutte le pro­poste che si ricevono, per una grossa fetta rimangono idee, altre invece meritano un’analisi. Alla fine ogni anno decidiamo di investire su una ventina di progetti. Il livello di successo si attesta sul 10 per cento se non vengono filtrati. Quando decidiamo di investire, in questo modo, grazie alla selezione, è molto difficile che poi le cose vadano male. Anche se ogni operazione finanziaria, soprattutto all’inizio, può essere rischiosa. Da quando investiamo a quando realizziamo il capitale, possono passare 7-8 anni, anche 10. A quel punto si può decidere di uscire e reinvestire in altri progetti oppure rimanere nella società e ma­gari cercare altri fondi».

Come è cominciata la sua carriera al fianco delle startup?
«Ho iniziato a lavorare da manager nel gruppo De Be­nedetti, gestendo aziende del Gruppo Gilardini e poi l’intero Gruppo Cir. Nel 1982 ho fondato Valko, produttrice di tetti apribili per l’automotive divenuta poi joint venture con Webasto. Prima di andare in pensione sono venuto a conoscenza di questo Club degli Investitori e una decina di anni fa ho deciso di entrare a farne parte. Il mio scopo era quello di rendere alla società una parte di ciò che sono riuscito ad avere con la mia carriera. Il sogno di ogni business angel è vedere progetti in cui si è lavorato, quotarsi in borsa e magari diventare unicorni: io mi ritengo molto fortunato perché Directa Plus si è quotata sull’Aim di Londra, Genenta Science è la prima azienda Biotech italiana ora quotata al Nasdaq e Satispay è diventata un unicorno. Que­sto incarico mi permette di rimanere impegnato nelle co­se che mi piace fare».

Quali sono le startup migliori che ha incontrato?
«Mi ha entusiasmato la D-Orbit, oggi una realtà bellissima e innovativa che si occupa di logistica spaziale tout court: significa che oltre alla pulizia del cosmo dagli oggetti che lo solcano incontrollati, la sua offerta ai clienti comprende servizi in orbita, come la movimentazione e il posizionamento dei satelliti nell’orbita giusta in tempi brevissimi. Sono servizi richiesti da grosse aziende che devono sperimentare nel­lo spazio, ad esempio nel campo della me­teorologia op­pure della sperimentazione dei materiali in un certo tipo di atmosfera».

C’è ancora spazio per la creatività dei giovani imprenditori?
«Assolutamente sì, l’Italia è un popolo di creativi. Siamo partiti in ritardo rispetto a Silicon Val­ley o Israele, ma abbiamo ancora molto spazio. Bisogna studiare bene, tenere i piedi per terra e avere un respiro internazionale. L’ulti­ma cosa di cui preoccuparsi invece è quella di trovare i soldi: se la tua idea funziona e la trasformi in un progetto, trovi di sicuro chi decide di finanziarlo».

BaNNER
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