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«La globalizzazione non si ferma: il mondo diventi più solidale»

Il consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente della Repubblica: «In questa internazionalizzazione le persone si sono sentite smarrite. Si punti su libertà, giustizia e solidarietà. Il nostro Paese sia “incontro” e motore di sviluppo. Il Piemonte? Terra con tradizioni ma innovativa»

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Quello che sta per concludersi è stato un anno – l’ennesimo – di trasformazione. E non solo a causa degli effetti – molto pesanti – della pandemia e della guerra in Ucraina. Per non allarmarsi oltremodo è bene provare a leggere e comprendere questa fase in relazione a quanto successo sulla Terra nel corso dei secoli. Così abbiamo chiesto aiuto a un grandissimo conoscitore della storia, Gio­vanni Grasso, giornalista e scrittore romano che dal 2015 riveste l’importante ruolo di consigliere per la stampa e la comunicazione del presidente della Re­pubblica, Sergio Mat­tarella.

Grasso, se dovesse raccontare in un libro i cambiamenti in cor­so, come li descriverebbe?
«È una domanda che richiederebbe, appunto, un libro per rispondere! Credo che, per cercare di essere sintetici, siamo nella seconda fase di quel processo di trasformazione storica, economica e sociale che viene indicato comunemente come globalizzazione».

Perché seconda fase?

«Quello che sembra emergere in questi nostri giorni è soprattutto un movimento di reazione alla globalizzazione stessa che, pe­rò, come tutti i grandi fenomeni planetari, difficilmente potrà essere arrestata. Fino a pochi anni fa, della globalizzazione si sottolineavano soltanto gli effetti positivi. Il mondo che era più unito e più vicino, il mercato globale, e così via».

E poi?
«Poi ci si è accorti che non era tutt’oro quello che luccicava. E le persone si sono sentite smarrite in questa internazionalizzazione forzata che ha spostato capitali e lavoro fuori dai confini nazionali e ha rischiato di far perdere a ciascuno le proprie radici. Ma la risposta non potrà essere trovata fermando la ruota della storia, tornando al nazionalismo esasperato, ne­gando le trasformazioni e le grandi conquiste degli ultimi cinquant’anni».

In tale contesto quali possono essere le parole “faro”?
«Sarò forse scontato ma per me rimane irrinunciabile la triade libertà, giustizia e solidarietà, che a ben vedere è la formulazione moderna delle tre parole chiave della Rivoluzione Francese: libertà, eguaglianza e fraternità».

Cosa significano?
«A cavallo tra il Settecento e l’Ottocento la storia dell’uomo ha conosciuto la forte aspirazione alla libertà individuale e all’autodeterminazione dei po­poli; nella stagione successiva (fine Ottocento-inizi Novecento) si sono affermate con decisione (contraddette dalla nascita dei regimi dittatoriali) le attese e le aspirazioni all’eguaglianza e alla giustizia sociale. Il nostro tempo, segnato dalla globalizzazione, dovrebbe ambire a diventare quello della solidarietà. Non solo tra cittadini dello stesso Stato ma anche tra Stato e Stato e tra popolo e popolo. Le grandi sfide – pensiamo solo alla lotta al Covid – sono planetarie: la pace, il clima, le migrazioni, la sicurezza, la de­mografia, l’economia, persino il controllo dei social, che è una sfida che lambisce da vicino la questione democratica. Nessuna nazione può pensare di farcela da sola. E allora bisogna promuovere e rilanciare il metodo multilaterale in un’ottica di collaborazione e solidarietà. Non è utopia, ma realismo».

Come si colloca l’Italia?
«Il destino dell’Italia è strettamente legato a quello degli altri Paesi dell’Unione Europea e all’Occidente. L’Unione Euro­pea ha ripreso recentemente un certo slancio – pensiamo alla lotta al Covid e al grande sostegno economico agli Stati più colpiti e al ritrovato protagonismo politico dimostrato nella tragica invasione russa ai danni del­l’Ucraina – ma ha bisogno di ridefinire il suo ruolo all’interno della comunità internazionale. Lo stesso vale per l’Italia (e per ogni membro dell’Ue). Il Me­diterraneo, culla della civiltà, è oggi la grande cerniera tra l’Europa e i Paesi del Sud, l’Africa è un continente pieno di nodi irrisolti ma anche di grandi opportunità. Credo che questa vocazione di dialogo e di incontro del nostro Paese vada rafforzata e incoraggiata».

Partire da storia, arte cultura sarebbe un azzardo?
«Sono un laureato in Lettere: per me, questi àmbiti hanno un valore inestimabile. E sono una vera ricchezza per il nostro Paese, non solo in termini economici. Nessuno Stato al mon­do può vantare un patrimonio storico, artistico e paesaggistico come il nostro. Certo che questo patrimonio deve essere preservato e valorizzato! Ma dissento da chi pensa che l’economia di un Paese grande e moderno possa reggersi unicamente sul turismo e sull’ambiente».

Su cosa occorre puntare?

«Abbiamo anche e soprattutto bi­sogno di scienziati, di tecnici, di costruttori, di biologi, di chimici, di economisti e manager… Ce ne sono di eccellenti e talvolta sono costretti a migrare al­l’estero. Credo che una riflessione su questo aspetto sia essenziale».

Attorno a quali concetti state ragionando con il presidente Mattarella per definire il suo discorso di fine anno?
«Il Presidente comincia a lavorare al discorso di Capodanno solo dopo Natale. E comunque, prima di Capodanno, ci sono molti altri discorsi. Alle Alte Cariche, ai diplomatici, ai militari…».

Come viene vissuto il Natale al Quirinale?

«A dicembre c’è sempre, come dicevo, una serie di discorsi importanti, sotto forma di cerimonie di auguri istituzionali. Abbiamo però la bella tradizione, ogni anno, di fare un grande albero di Natale e di esporre un presepe, tradizionale o artistico».

Ci sarà qualche prodotto piemontese nel pranzo natalizio del Presidente?

«Devo deluderla, perché… non lo so. Non esiste un “pranzo di Natale” del Quirinale. Il Pre­sidente (e ciascuno dei suoi collaboratori) vive la festività del 25 dicembre privatamente, con la propria famiglia. Posso dirle, però, che al Quirinale, durante le visite di Stato, si preparano piatti della grande tradizione culinaria regionale. E che nei menù ci sono spesso vini e specialità piemontesi».

A proposito di Piemonte… Lei è stato a Cuneo per la presentazione del suo libro “Icaro, il volo su Roma” e nell’Albese assieme al presidente Mat­tarella: che realtà ha trovato?

«Una terra viva e vitale, fiera delle sue antiche tradizioni e della sue salde radici, ma fortemente innovativa e proiettata verso il futuro».

CHI È
Nato a Roma il 14 ottobre 1962, Giovanni Grasso è giornalista, scrittore e autore televisivo. Oggi la sua attività principale è quella di consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente della Repubblica. Studente al Liceo Classico San Leone Magno di Roma ha avuto come docente Walter Mauro

COSA HA FATTO
Dopo la laurea in Lettere Moderne alla Sapienza, ha intrapreso la carriera giornalistica, lavorando per La Discussione, l’Agenzia Giornalistica Italia e Avvenire. È stato capo dell’Ufficio Stampa del presidente del Senato Nicola Mancino e portavoce del ministro Andrea Riccardi

COSA FA
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha nominato consigliere per la stampa e la comunicazione nel 2015. Studioso di storia, è stato autore di documentari per Rai 3 e Rai Storia, oltre che docente universitario. Ha pubblicato diversi libri, tra cui “Il caso Kaufmann” (Rizzoli, 2019) e “Icaro, il volo su Roma” (Rizzoli, 2021)