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«È stata la creatività a salvarmi la vita»

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Fossano, lunedì 21 giugno. Il cortile interno del Castel­lo degli A­caja è allestito a dovere. Ad attendere Simone Cristic­chi, guest della serata “Un giorno sulla terra” organizzata dalla Fondazione Fossano Musica in una piazza Castello altrettanto allestita, di lì a poche ore, gli allievi della scuola, un bel po’ di fedeli e curiosi, giornalisti in missione o anche no. L’incontro è informale e brillantemente condotto da Walter Lamberti, il direttore del settimanale La Fedeltà, nel ruolo di democratico intervistatore che cede di buon grado la parola a chi la chiede. E Simone risponde, gentile, tra una lettura e l’altra degli estratti del suo libro.

Cominciamo da qui. Si intitola HappyNext. Alla ricerca della felicità (La Nave di Teseo) ed è stato scritto prima della pandemia. Di cosa si tratta?

«È un “vademecum” personale sulla via della felicità at­­traverso sette parole che fun­zionano da impalcatura».

Quali sono?

«Attenzione, umiltà, lentezza, memoria, talento, cambiamento, noi».

Cos’è il talento?
«È qualcosa che non puoi com­prare. Lo puoi avere se lo conquisti; non se lo ac­quisti. Puoi acquistare un orologio, ma non il tempo. Il talento è gratis e nasce in­sieme a te: va solo trovata la password».

E Cristicchi come lo ha conquistato concretamente?
«Io quello che ho conquistato lo devo a quel superpotere che hanno i bambini. Si chiama curiosità».

Com’era Simone da bambino?
«Dopo la morte precoce di mio padre, a quarant’anni, avevo chiuso il mondo fuori dalla porta. Mi vergognavo di essere orfano, mi sentivo diverso».

E poi cos’è successo?
«Ho incominciato a disegnare e a raccontare. I disegni so­­no stati l’inconsapevole ponte per tornare nel mondo. La crea­tivi­tà mi ha salvato la vita».

Una creatività che si manifesta su più fronti, dalla scrittura al disegno, dal teatro alla canzone, per cui è noto al grande pubblico. Quando ha capito che voleva cantare?
«Ho scritto la mia prima canzone a 25 anni. Non avevo la patente e abitavo in periferia quindi passavo ore sugli autobus. Mi sono accorto in fretta che i mezzi pubblici sono una vetrina sul mondo e da piccoli particolari sono nate le prime canzoni. Ogni volta era un’av­­­­ventura. Mi dicevo: “chissà a quale persona in­venterò la vita oggi…”».

E qual è stata la prima persona a cui l’ha inventata?
«Un senzatetto a cui ho dedicato “L’uomo che vendeva i bottoni”. Stava sotto la metro di piazza di Spagna e un giorno ho sentito che urlava “Dove state andando? Tanto non arriverete mai”».

Invece lei è arrivato a Sanremo, tra l’altro. E ha vinto. Anche “Ti regalerò una rosa” è nata su un autobus?
«No. Nasce da un’intervista a un’infermiera di uno degli ex manicomi visitati per il documentario “Dall’altra parte del cancello” del 2007. Mi raccontò che un giorno trovò sulla sua scrivania una rosa rossa e pensò si trattasse di un omaggio di un collega. Ma il giorno do­po di nuovo, e di nuovo e di nuovo. Finché, incuriosita, arrivò in anticipo e si nascose ad aspettare. Scoprì che era un paziente. Un malato di mente dipingeva ogni giorno quell’oceano grigio con una goccia di rosso».

È vero che la scrisse in mezz’ora?
«Sì, è stato come aprire un rubinetto e mi sono passate davanti tutte le facce incontrate nei miei viaggi negli ex manicomi».

Si aspettava la vittoria?
«Sono svenuto dalla felicità. Ma svenuto davvero, al punto che c’è un buco di un minuto e mezzo nella diretta: stavano cercando di rianimarmi. La felicità era soprattutto perché aveva vinto una canzone che aveva un forte senso di denuncia sociale. Ricordia­moci che esistono i nostri fratelli fragili».

Da cosa dipende questo suo interesse per la malattia mentale?

«C’è stata una fase della mia vita in cui sarei potuto finire in un centro di igiene mentale, avevo gravi problemi di convivenza e mi sono sentito come loro».

Qual è il confine tra normalità e follia? E come superare vecchi pregiudizi legati alla malattia mentale?
«Ci sono più ordini di pregiudizi da sfatare: anche quello che i matti siano geniali. In realtà ci sono matti geniali e matti no, come per tutti gli altri. La mente umana è un grande mistero e può accadere a chiunque di uscire dai binari. Ed è proprio questo che spaventa di più. La geografia inesplorata del nostro cervello».

Il suo interesse per la parte più fragile e defilata di mondo si rintraccia in molti altri lavori. Penso a “Maroc­chi­nate”, per esempio, che racconta di stupri durante la seconda guerra mondiale e a “Magazzino 18”, dedicato ai profughi d’Istria.
«“Marocchinate” nasce da una ricerca fatta grazie agli ultimi reduci della Seconda Guerra Mondiale e tra tutte le storie ascoltate mi ha molto colpito quella delle donne stuprate dalle truppe di colore francesi sulla linea di Montecassino. Un argomento che si conosce poco, se non per il film “La ciociara”. Lo spettacolo l’ho scritto insieme ad Ariele Vin­centi e rappresenta anche il suo monologo di esordio. La regia è di Nicola Pistoia».

Invece “Magazzino 18”, che racconta il dramma dell’esodo istriano e di molti italiani costretti a lasciare le proprie case, è stato contestato sia dall’estrema destra sia dall’estrema sinistra. Ma forse si tratta di un malinteso “politicamente corretto”.
«Non mi sono mai posto il problema nemmeno del “politicamente corretto”, visto che i miei lavori riguardano l’essere umano al di là della politica. In questo caso ho voluto raccontare lo strappo e la malinconia di chi lascia la propria terra. Al centro non metto la materia, ma lo spirito e queste critiche mi scivolano addosso. Mi muovo su un altro piano».

Qual è il rapporto tra arte e verità, e come può, un artista, essere vero?

«Oggi sembra che l’artista che finge abbia un grande successo, con tanti follower sui vari social. Io credo che il successo non sia altro che la realizzazione di sé e la realizzazione di sé si avvicina alla felicità».

Che libro ha sul comodino?

«In questo periodo il “Paradiso” di Dante. Sto preparando uno spettacolo che debutterà a San Miniato il 23 luglio per la Festa del Teatro. È il racconto di un viaggio interiore dall’oscurità alla luce, attraverso le voci dei mistici. Con me ci saranno ventidue elementi dell’orchestra sinfonica Oida di Arezzo».

Articolo a cura di Alessandra Bernocco