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«Il tempo ritrovato preziosa eredità nel dopo pandemia»

Vianello: «Da ogni crisi una rinascita. Mottarone, che tragedia» Il direttore di Rai News: «Ho scritto un libro per raccontare l’ictus che mi aveva fatto perdere le parole con cui lavoro. Non bisogna avere paura, si trova sempre una via d’uscita. Anche se c’è un danno, noi restiamo quelli di prima»

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Perdere le parole. Per Andrea Via­nello, oggi direttore di Rai News 24, è molto più che un modo di dire. È stato il punto di svolta della sua carriera e anche della sua vita. Perché esattamente due anni fa un’ischemia cerebrale gli aveva fatto perdere la capacità del linguaggio. Si è rialzato, si è dedicato alle terapie riabilitative e infine ha scritto un libro per raccontare la sua speranza. Mai perduta. Così è tornato al suo lavoro di sempre.

Direttore, questa intervista è capitata in un momento complicato: la sua redazione era alle prese con la tragedia della funivia sul Mottarone. Quali considerazioni dobbiamo fare su ciò che è accaduto?
«Bisogna capire quali sono e di chi sono le responsabilità di questo incidente gravissimo, la Procura cercherà di stabilire perché i freni di emergenza non hanno funzionato. È stata una tragedia, con famiglie che hanno perso il futuro e un bambino che non sappiamo ancora se e come uscirà da questa situazione».

Un po’ come il crollo del ponte Morandi: perché?

«Il mondo si riapre alla vita e tornano ad accadere incidenti come questo. Abbiamo perso tante vite in circostanze simili, in passato abbiamo visto che la manutenzione è una chiave per evitare i drammi. Non possiamo dire niente al momento, ma qualcosa è andato malissimo. Eppure, non è sempre destino: il peggio può essere evitato. Speriamo di trovare la verità e di limitare le possibilità che tutto questo possa succedere di nuovo».

Qual è l’immagine che rimane indelebile?

«Quella di Eitan, il bambino che urlava “Lasciatemi andare da mia mamma”. Il dolore di chi è sopravvissuto diventa a volte più struggente delle perdite stesse. Questo bambino di 5 anni non sapeva neanche cosa fosse successo, non ci sono più i suoi genitori. Pensarlo solo in un letto di ospedale fa battere il cuore forte».
Con Rai News 24 vi trovate spesso a dover gestire notizie drammatiche e delicate: è la difficoltà maggiore?
«Essendo una rete all-news, l’informazione è sempre in diretta. E ci si deve adeguare. Ricordo che quando ero conduttore mi capitò l’11 settembre. Ero entrato in onda da appena mezz’ora, rientrai a casa dopo due giorni. Per noi di Rai News 24 è importante raccontare la realtà senza mai fermarci, è avvincente ma porta grandi responsabilità. Si deve saper “coprire” l’evento, essere veloci sapendo anche approfondire, cercare le notizie prima e meglio degli altri, con spiegazioni e dettagli. Ho una redazione che fa questo lavoro da anni e con grande passione. Ogni giorno è un’avventura, arrivano notizie anche terribili come domenica scorsa e, quando succede, la missione è di affrontarle con responsabilità e professionalità. La nostra inviata è partita subito, è rimasta in diretta senza soste raccontando perché e cosa è successo. Oltre al dolore di chi ha perso propri i cari».

La sfida è farlo con le parole giuste: nel caso del Covid, l’informazione ha sempre raccontato i fatti correttamente?

«Penso che come servizio pubblico il compito sia ancora più delicato. La gestione del virus, la difficile narrazione di un contagio che per la prima volta si stava diffondendo e che nessuno conosceva è stata una prova di maturità per tutta l’informazione. E quella italiana non se l’è cavata male. Noi della Rai abbiamo cercato di essere al centro di un racconto complicato, perché le persone che chiamavamo per aiutarci a capire, spesso a loro volta non capivano. Ma poi abbiamo messo a fuoco il problema, in tv ogni parere poteva essere fuorviante. Quindi la mediazione che come giornalisti dovevamo fornire è stata difficilissima, specie per il servizio pubblico in un periodo in cui anche le opinioni di uno scienziato sembravano contradditorie. E con il rischio delle fake news, più insidiose che mai. Abbiano fatto tutto quello che potevamo, tenendo la bussola orientata verso posizioni scientifiche e verificate».

Ha scritto un libro per raccontare l’ictus di cui ha sofferto. Dopo quell’episodio come vede la vita?

«Mi sento molto fortunato perché ho potuto raccontare di quell’incredibile scoglio in cui mi sono scontrato. La parola ictus fa paura, ma ho cercato di parlarne per far capire che bisogna farci i conti ma che non è la fine di tutto. Spesso ci lascia qualche danno, nel mio caso ha colpito le parole che erano la mia specialità. Grazie anche alla sanità pubblica, di cui poi tutti, sulla scia del Covid, abbiamo capito l’importanza, ne sono uscito. Trovare le persone giuste ti salva la vita, a me l’hanno salvata. Poi toccava sempre a me rimetterla a posto. Avevo perduto l’uso delle parole, ma anche qui c’è la riabilitazione. Ognuno dall’ictus ha un danno diverso, ma tutti possono lottare, metterci grinta. Magari non ne usciamo uguali a prima, il danno non torna indietro. È un fulmine che ci interrompe improvvisamente sulla strada della vita normale. E anche se poi parliamo meno bene o non camminiamo come prima, se abbiamo un braccio meno forte, l’importante è che possiamo tornare a essere persone con l’anima di prima. Sapendo che c’è sempre una possibilità di migliorare. Senza nasconderci, perché non è colpa nostra. Non dobbiamo certo vergognarci se la vita la riprendiamo con qualche nuo­va difficoltà. Il cuore resta lo stesso».

Ora si parla di ripartenze: che cosa ha imparato dalla sua esperienza?
«Quando ho perso le parole, sono caduto in un piccolo grande lockdown in cui il mio tempo personale era sospeso. Così ero più preparato per il successivo lockdown, quello da Covid. So che ogni crisi può essere foriera di novità. Oggi abbiamo imparato a gestire meglio il tempo, abbiamo rimesso a posto le priorità della vita. Non è retorica, è verità. La crisi ha colpito duro, però sicuramente se sapremo uscirne avremo la certezza che sarà possibile prendere un pezzo di questa terribile esperienza e dare nuovo valore al tempo che ritroveremo».

BaNNER
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