Savoldelli e il Fauniera «Da quel giorno sono diventato Il “Falco”»

Tra i più forti discesisti della storia, l’ex corridore bergamasco ha un legame speciale con la Granda, perché il soprannome che lo ha reso celebre deriva proprio da quell’impresa nella “Bra-Borgo San Dalmazzo” del 1999

0
429

Nato a Clusone, in provincia di Bergamo, il 7 maggio 1973, Paolo Savoldelli ha gareggiato come professionista dal 1996 al 2008, vincendo 21 corse in carriera. Tra queste, naturalmente, spiccano i due successi finali al Giro d’Italia, nel 2002 e 2005. Il “Falco” si è imposto anche in quattro tappe della “corsa rosa” e in una frazione del Tour de France, ancora nel 2005. Particolarmente prestigiosi anche il bis consecutivo al Giro del Trentino (1998 e 1999) e il Giro di Romandia del 2000. Oltre che discesista impareggiabile, Savoldelli è stato un grande interprete delle cronometro (sette i suoi successi nelle prove contro il tempo) e un corridore dotato di un senso tattico fuori del comune, che gli ha spesso consentito di precedere avversari sulla carta più forti in salita e assistiti da squadre meglio attrezzate. Conclusa la carriera da corridore, è stato commentatore tecnico per la Rai, per la quale ha seguito diverse edizioni del Giro dalla moto cronaca, e per l’emittente Bike Channel

 

Paolo Savoldelli è stato uno dei corridori più amati a cavallo degli anni Novanta e Duemila, apprezzato soprattutto per il suo coraggio e per le sue spettacolari discese: gli appassionati della provincia Granda, poi, hanno ancora negli occhi il suo “volo” giù dal Fauniera nella “Bra-Borgo San Dalmazzo”, 14esima tappa del Giro d’Italia 1999.

Savoldelli, possiamo dire che quella fu la sua prima grande vittoria?

«Certamente, chi se la scorda? Fu proprio quello il giorno in cui nacque il soprannome che mi avrebbe poi accompagnato per tutta la carriera, il “Falco”. Venivamo dalla giornata di riposo, per cui avevo avuto il tempo di visionare la discesa e mi ero accorto che era molto tecnica e veloce, adatta alle mie caratteristiche: così, durante la salita mi ero concentrato a limitare il più possibile il distacco, per poi dare tutto nella picchiata. Scollinai ad un paio di mi­nuti dai big, ma durante la discesa li raggiunsi e li staccai; sulla Madonna del Col­letto andai a riprendere anche l’ultimo fuggitivo e vinsi in solitaria. Le cose andarono meglio di ogni più rosea aspettativa e alla sera ero secondo in classifica, dietro solo ad un Pantani fortissimo e al centro dell’attenzione di tutti».

Già, Pantani: durante la sua carriera ha spesso battagliato con il “Pirata” ed è sta­to compagno di squadra dell’altro mat­tatore di quegli anni: l’americano Lance Armstrong. Come li descriverebbe?

«Due grandi campioni dai caratteri agli antipodi. L’americano era un tipo pieno di sé, uno spaccone, ma con una testa incredibile che gli permetteva di gestire nel migliore dei modi anche le situazioni più difficili. Anzi: più la faccenda si complicava, e più lui diventava forte, era una vera macchina da guerra che ogni anno preparava il Tour e praticamente solo quello, ma in modo maniacale. Pantani, invece, era un istintivo, uno a cui non importava nulla di Vam e di Watt, ma che quando sentiva le sensazioni giuste prendeva e partiva: timido e introverso, dava sempre l’impressione di voler andare contro il sistema. Per tutto questo la gente lo amava, e anch’io avevo con lui un buonissimo rapporto».

Che tra lei e Marco ci fosse un profondo rispetto lo dimostra anche l’episodio legato alla sua prima maglia rosa, che avrebbe dovuto vestire proprio a Ma­donna di Campiglio, durante quello stesso Giro del 1999. E invece?

«E invece mi rifiutai di metterla: Pantani era stato espulso per avere superato il limite di ematocrito consentito e tutti noi in gruppo eravamo molto turbati. Marco aveva portato il nostro sport a livelli di popolarità altissimi e quella giornata non solo finì per sconvolgere la sua vita, ma anche per cambiare la storia stessa del ciclismo».

Come definirebbe, invece, la sua storia personale con la maglia rosa?

«Come un lungo inseguimento: l’anno do­po Campiglio, al “Giro del Giubileo”, mancai per appena 56 millesimi la vittoria nel prologo di Roma che mi avrebbe finalmente permesso di godermi quella maglia. Ci riuscii poi nel 2002, a Folgaria, e difendendola fino a Milano coronai il sogno di vincere il mio primo Giro d’Italia. Poi il bis nel 2005 e un’ultima volta in rosa l’anno dopo, conquistando la cronometro di apertura nella “grande partenza” dal Belgio».

Proprio al vittorioso Giro del 2005 è legata l’altra grande impresa della sua carriera, ancora in Piemonte. Se le dico Colle delle Finestre?

«Ultima tappa di montagna, si scalava per la prima volta questa salita poi diventata mitica ed io ero leader della classifica, ma ormai in calo di condizione e consapevole di essere meno forte in salita rispetto ai miei due rivali diretti, Simoni e Rujano. Infatti mi staccai già nei primi chilometri di ascesa ma non persi la testa, salii del mio passo e anche in discesa feci attenzione a non staccare i corridori che erano rimasti con me, perché sapevo che mi sarebbero stati di aiuto sulla salita finale del Sestriere, molto più pedalabile. Quel giorno riuscii a difendermi molto bene e si può dire che vinsi quel Giro più con il cervello che con le gambe».

Come è diventato il grande discesista che tutti ricordiamo?
«È una caratteristica innata, che mi accorsi di possedere fin quando, da bambino, scendendo con la Bmx giù dalle mie montagne, arrivavo in fondo e, voltandomi, vedevo che dietro di me non era rimasto nessuno dei miei amici. Mi resi conto subito, quindi, che questa sarebbe stata una dote preziosa da sfruttare anche nella mia carriera, e così ho fatto ogni volta che mi è stato possibile. Ma attenzione, questo non significa che mi sia mai assunto chissà quali rischi: la chiave è infatti avere una guida pulita e fare le proprie linee. A mia memoria sono caduto solo una volta, da dilettante, scivolando su una macchia d’olio, ma riuscendo comunque a finire quella corsa tra i primi».

Oggi cosa fa Savoldelli?
«Dopo le esperienze da commentatore, prima alla Rai e poi a Bike Channel, sono diventato testimonial di Colnago ma, purtroppo, al momento tutti gli eventi sono stati annullati per la pandemia. Così mi sono buttato sul lavoro e con la mia impresa edile stiamo completando proprio in queste settimane un progetto molto importante, dopodiché avrò finalmente più tempo da dedicare alla bicicletta».

A proposito, ci sono in famiglia altri piccoli “falchetti” che un giorno potremmo ritrovare in gruppo?

«Ho tre figlie femmine: la più piccola ha appena tre anni e mezzo, le altre due sono più grandi e fanno entrambe sport. Quella di 15 anni pratica diverse discipline, anche se non ancora a livello agonistico; la maggiore, che ha 18 anni, gareggia nello snowboard. Siamo montanari: ho sempre vissuto in Val Seriana e ultimamente mi sono trasferito ancora più su, ai 900 metri di Valzurio, una frazioncina di appena tredici abitanti. Da buon “Falco”, è qui che ho trovato il mio nido».

Articolo a cura di Marco Gaviglio