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«Nulla è impossibile basta crederci»

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Aveva ragione il grande Thomas Stearns Eliot, premio Nobel per la letteratura nel 1948, quando scriveva che «solo chi rischia di andare troppo lontano avrà la possibilità di scoprire quanto lontano si possa andare». La storia della piemontese Paola Gianotti lo dimostra. Originaria di Ivrea ma grande conoscitrice delle colline di Langhe e Roero, si è rimessa in gioco dopo una “ca­duta” ed è andata lontanissimo, scoprendo che, con la forza di vo­lontà, si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Come, ad esempio, di­ventare la donna più veloce di sem­pre ad aver circumnavigato il globo in bicicletta.

Gianotti, pedalava già da bimba?

«No, a dire il vero. Ho iniziato a usare la bici con una certa frequenza molto tardi, a 29 anni, per cimentarmi in gare amatoriali di triathlon. Ho comunque sempre praticato molto sport: dall’alpinismo alla pallavolo, dalle immersioni al thai boxe».

Non le piaceva stare ferma…

«In famiglia siamo tre fratelli e io sono sicuramente la più vivace! Le maestre dicevano ai miei: “Pao­la, guarda sempre dalla finestra, non vuole mai stare seduta”. Insomma, sono sempre stata piuttosto… vulcanica (ride, nda)».

Vulcanica, ma anche disciplinata tanto da essersi laureata brillantemente in economia.
«Avrei voluto fare l’Isef, per stare a stretto contatto con lo sport. Mamma e papà mi convinsero a iscrivermi a economia: dava maggiori garanzie…».

In effetti, trovò subito lavoro do­po l’università, non è vero?

«Sì. Venni assunta a tempo indeterminato da un’azienda di Mi­la­no, tra le maggiori nell’ambito del­le consulenze finanziarie. Non un la­voro qualsiasi. Ma…».

Prosegua.
«Avevo anche ottime possibilità di fare carriera; il punto è che non mi sentivo per nulla soddisfatta. Non mi sentivo realizzata e, nemmeno, utile. Anzi, mi sembrava addirittura di perdere tempo ri­ma­nendo lì».

Poi cos’è successo?
«In aereo, tornando da uno splendido viaggio in Ecuador, presi una decisione “forte”: in quell’ufficio non ci sarei tornata».

Lo fece per davvero?
«Sì, mi licenziai poco dopo. Non era la mia vita. Tornai a Ivrea e avviai una attività mia».

Nel settore dello sport?
«Sì, ma non solo. Era un’agenzia per l’organizzazione di eventi sportivi e culturali».

Ne parla al passato…

«Nel 2012 fui costretta a chiudere la società. Da un lato si erano fatti sentire gli effetti della crisi economica, dall’altro mi mancava una “visione” complessiva».

Cioè?
«Mi ero lanciata in quell’avventura per scappare da ciò che non mi piaceva, ma non sapevo esattamente dove volessi arrivare».

Come si sentì in seguito a quella brutta battuta d’arresto?
«Male, mi sembrò un fallimento. Avevo 32 anni e a quell’età molti dei miei conoscenti sapevano già con esattezza che cosa avrebbero fatto nella loro vita. È per questo che vissi una crisi personale piuttosto profonda».

Come riuscì a non affondare?
«Sentendomi “giù”, una mia cara amica, Ivana, mi disse di raggiungerla a Napoli, dove abita. Ci an­dai. Un giorno, uscimmo in ca­noa e mi illuminai. Dissi che volevo fare il giro del mondo in bicicletta. Non solo: volevo diventare la don­na ad aver circumnavigato il globo nel minor tempo».

Perché proprio il giro del mon­do? E perché in bicicletta?
«Ancora oggi non so spiegarmelo. Probabilmente influirono i tanti viaggi fatti in camper con i miei genitori e l’ammirazione per la bicicletta. Seppure fino ad allora, come dicevo, non l’avessi utilizzata molto, la vedevo come il mezzo ideale per coniugare le mie passioni: i viaggi e lo sport».

Da lì a pedalare per tutto il mon­do ce ne passa. Il “giro” d’Ita­lia non sarebbe bastato?
«Probabilmente avevo bisogno di confrontarmi con una sfida importante, “clamorosa”, quasi impossibile».

Come si è organizzata?

«Bisognava allenarsi adeguatamente, visto che non ero un’atleta e, aspetto non secondario, reperire le risorse: tra i 40 e i 50 mila euro. In un anno contattai qualcosa come 4mila aziende. Ne trovai 8 disposte a sponsorizzarmi. E così , nel 2014, il sogno diventò realtà».

Ci racconti il viaggio.

«Al mio fianco c’era un team composto da amici e familiari, che mi ha seguito, a seconda della zona da percorrere, con un camper, un furgone o un’auto. Ogni giorno pe­dalavo in media per 220 chilometri. Cercavo di non andare “fuori giri” e di mantenere un’andatura “sopportabile”. Dormivo in camper o in sistemazioni di fortuna. Non è stato semplice, so­prat­tutto per le difficoltà legate al clima e, in generale, al contesto nel quale mi trovavo».

I luoghi.

«Ho attraversato Italia, Francia, Spagna e Portogallo. Poi mi sono spostata in Sud America fino a raggiungere gli Stati Uniti. Qui ho rischiato che il sogno si infrangesse».

Racconti.
«Ero in Arizona, ormai a metà del percorso complessivo, quando venni investita da un’auto. Ri­portai la frattura della quinta vertebra cervicale e fui costretta a fermarmi per quattro mesi».

A cosa pensava in quelle settimane?

«A rimettermi in sella e ripartire. C’era il record da battere. La giuria fermò il cronometro al momento della caduta e mi consentì di proseguire l’impresa dopo lo stop in quanto era stato certificato che non avevo responsabilità sulla caduta che provocò l’infortunio».

Come affrontò la seconda parte del viaggio, dopo l’incidente?

«Con qualche preoccupazione in più. Ma per fortuna andò tutto be­ne: dopo aver attraverso l’Au­stra­lia, raggiunsi e percorsi le strade del­l’Asia e dell’Europa dell’Est, pri­­­­ma di far rientro a Ivrea, dove ven­ni accolta da una folla immensa. Fu una bellissima sorpresa!».

Il luogo che le è rimasto particolarmente impresso?
«Il deserto di Atacama, in Cile».

L’incontro?
«Quello con un giapponese, avvenuto sulle strade australiane. Sta­va pedalando in direzione opposta alla mia. Trainava un carretto. Fu un mo­mento surreale».

Come si sentì dopo l’impresa?
«Come un vulcano… (ride, nda)».

È ancora in attività il “vulcano”?
«Più che mai! Continuo a pedalare; l’ho fatto per le donne in Ugan­da, a cui abbiamo donato ol­tre 100 biciclette, per raccogliere fon­­­­­di da impiegare nella lotta al Covid e per rendere le strade italiane più sicure e attente ai ciclisti (se ne parla nel box a lato, ndr). In più, scrivo libri e faccio la “mental coach”, aiutando persone e aziende a raggiungere i loro obiettivi».

I suoi li ha raggiunti tutti?
«Ne manca uno importante. Di­ventare mamma! Non vedo l’ora di poter aggiungere un carrellino alla bici…».

Insomma, non “molla” mai, come del resto recita il suo motto: “Keep brave”.
«Mai! Soprattutto in questo mo­mento, bisogna pensare al fatto che siamo più forti di quanto possiamo immaginare. Sapremo su­perare queste difficoltà e anche questo virus… antipatico».Aveva ragione il grande Thomas Stearns Eliot, premio Nobel per la letteratura nel 1948, quando scriveva che «solo chi rischia di andare troppo lontano avrà la possibilità di scoprire quanto lontano si possa andare». La storia della piemontese Paola Gianotti lo dimostra. Originaria di Ivrea ma grande conoscitrice delle colline di Langhe e Roero, si è rimessa in gioco dopo una “ca­duta” ed è andata lontanissimo, scoprendo che, con la forza di vo­lontà, si può raggiungere qualsiasi obiettivo. Come, ad esempio, di­ventare la donna più veloce di sem­pre ad aver circumnavigato il globo in bicicletta.

Gianotti, pedalava già da bimba?
«No, a dire il vero. Ho iniziato a usare la bici con una certa frequenza molto tardi, a 29 anni, per cimentarmi in gare amatoriali di triathlon. Ho comunque sempre praticato molto sport: dall’alpinismo alla pallavolo, dalle immersioni al thai boxe».

Non le piaceva stare ferma…
«In famiglia siamo tre fratelli e io sono sicuramente la più vivace! Le maestre dicevano ai miei: “Pao­la, guarda sempre dalla finestra, non vuole mai stare seduta”. Insomma, sono sempre stata piuttosto… vulcanica (ride, nda)».

Vulcanica, ma anche disciplinata tanto da essersi laureata brillantemente in economia.
«Avrei voluto fare l’Isef, per stare a stretto contatto con lo sport. Mamma e papà mi convinsero a iscrivermi a economia: dava maggiori garanzie…».

In effetti, trovò subito lavoro do­po l’università, non è vero?
«Sì. Venni assunta a tempo indeterminato da un’azienda di Mi­la­no, tra le maggiori nell’ambito del­le consulenze finanziarie. Non un la­voro qualsiasi. Ma…».

Prosegua.

«Avevo anche ottime possibilità di fare carriera; il punto è che non mi sentivo per nulla soddisfatta. Non mi sentivo realizzata e, nemmeno, utile. Anzi, mi sembrava addirittura di perdere tempo ri­ma­nendo lì».

Poi cos’è successo?
«In aereo, tornando da uno splendido viaggio in Ecuador, presi una decisione “forte”: in quell’ufficio non ci sarei tornata».

Lo fece per davvero?

«Sì, mi licenziai poco dopo. Non era la mia vita. Tornai a Ivrea e avviai una attività mia».

Nel settore dello sport?

«Sì, ma non solo. Era un’agenzia per l’organizzazione di eventi sportivi e culturali».

Ne parla al passato…

«Nel 2012 fui costretta a chiudere la società. Da un lato si erano fatti sentire gli effetti della crisi economica, dall’altro mi mancava una “visione” complessiva».

Cioè?
«Mi ero lanciata in quell’avventura per scappare da ciò che non mi piaceva, ma non sapevo esattamente dove volessi arrivare».

Come si sentì in seguito a quella brutta battuta d’arresto?

«Male, mi sembrò un fallimento. Avevo 32 anni e a quell’età molti dei miei conoscenti sapevano già con esattezza che cosa avrebbero fatto nella loro vita. È per questo che vissi una crisi personale piuttosto profonda».

Come riuscì a non affondare?

«Sentendomi “giù”, una mia cara amica, Ivana, mi disse di raggiungerla a Napoli, dove abita. Ci an­dai. Un giorno, uscimmo in ca­noa e mi illuminai. Dissi che volevo fare il giro del mondo in bicicletta. Non solo: volevo diventare la don­na ad aver circumnavigato il globo nel minor tempo».

Perché proprio il giro del mon­do? E perché in bicicletta?

«Ancora oggi non so spiegarmelo. Probabilmente influirono i tanti viaggi fatti in camper con i miei genitori e l’ammirazione per la bicicletta. Seppure fino ad allora, come dicevo, non l’avessi utilizzata molto, la vedevo come il mezzo ideale per coniugare le mie passioni: i viaggi e lo sport».

Da lì a pedalare per tutto il mon­do ce ne passa. Il “giro” d’Ita­lia non sarebbe bastato?

«Probabilmente avevo bisogno di confrontarmi con una sfida importante, “clamorosa”, quasi impossibile».

Come si è organizzata?
«Bisognava allenarsi adeguatamente, visto che non ero un’atleta e, aspetto non secondario, reperire le risorse: tra i 40 e i 50 mila euro. In un anno contattai qualcosa come 4mila aziende. Ne trovai 8 disposte a sponsorizzarmi. E così , nel 2014, il sogno diventò realtà».

Ci racconti il viaggio.
«Al mio fianco c’era un team composto da amici e familiari, che mi ha seguito, a seconda della zona da percorrere, con un camper, un furgone o un’auto. Ogni giorno pe­dalavo in media per 220 chilometri. Cercavo di non andare “fuori giri” e di mantenere un’andatura “sopportabile”. Dormivo in camper o in sistemazioni di fortuna. Non è stato semplice, so­prat­tutto per le difficoltà legate al clima e, in generale, al contesto nel quale mi trovavo».

I luoghi.
«Ho attraversato Italia, Francia, Spagna e Portogallo. Poi mi sono spostata in Sud America fino a raggiungere gli Stati Uniti. Qui ho rischiato che il sogno si infrangesse».

Racconti.
«Ero in Arizona, ormai a metà del percorso complessivo, quando venni investita da un’auto. Ri­portai la frattura della quinta vertebra cervicale e fui costretta a fermarmi per quattro mesi».

A cosa pensava in quelle settimane?

«A rimettermi in sella e ripartire. C’era il record da battere. La giuria fermò il cronometro al momento della caduta e mi consentì di proseguire l’impresa dopo lo stop in quanto era stato certificato che non avevo responsabilità sulla caduta che provocò l’infortunio».

Come affrontò la seconda parte del viaggio, dopo l’incidente?

«Con qualche preoccupazione in più. Ma per fortuna andò tutto be­ne: dopo aver attraverso l’Au­stra­lia, raggiunsi e percorsi le strade del­l’Asia e dell’Europa dell’Est, pri­­­­ma di far rientro a Ivrea, dove ven­ni accolta da una folla immensa. Fu una bellissima sorpresa!».

Il luogo che le è rimasto particolarmente impresso?

«Il deserto di Atacama, in Cile».

L’incontro?
«Quello con un giapponese, avvenuto sulle strade australiane. Sta­va pedalando in direzione opposta alla mia. Trainava un carretto. Fu un mo­mento surreale».

Come si sentì dopo l’impresa?
«Come un vulcano… (ride, nda)».

È ancora in attività il “vulcano”?
«Più che mai! Continuo a pedalare; l’ho fatto per le donne in Ugan­da, a cui abbiamo donato ol­tre 100 biciclette, per raccogliere fon­­­­­di da impiegare nella lotta al Covid e per rendere le strade italiane più sicure e attente ai ciclisti (se ne parla nel box a lato, ndr). In più, scrivo libri e faccio la “mental coach”, aiutando persone e aziende a raggiungere i loro obiettivi».

I suoi li ha raggiunti tutti?
«Ne manca uno importante. Di­ventare mamma! Non vedo l’ora di poter aggiungere un carrellino alla bici…».

Insomma, non “molla” mai, come del resto recita il suo motto: “Keep brave”.
«Mai! Soprattutto in questo mo­mento, bisogna pensare al fatto che siamo più forti di quanto possiamo immaginare. Sapremo su­perare queste difficoltà e anche questo virus… antipatico».