A Caraglio si è discusso di tracciabilità degli OGM nella filiera mangimistica

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Una ricerca per definire le linee guida per la tracciabilità degli OGM nella filiera mangimistica. Vi hanno collaborato l’Istituto Superiore di Sanità, l’Asl CN1 con la Regione Piemonte, l’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana, ma anche quello del Piemonte e di alcune altre regioni.

I risultati sono stati illustrati nel corso di un convegno che si è tenuto giovedi mattina al Filatoio di Caraglio.

 

“Dobbiamo garantire la tutela completa del consumatore – spiega Giorgio Sapino, direttore del dipartimento di Prevenzione dell’Asl CN1 – occupandoci sia degli alimenti degli animali sia di quelli che troviamo sulla tavola del consumatore finale. Questo atteggiamento è utile anche per rassicurare le persone e fugare certi timori, sorti a seguito di problemi che hanno avuto un grande impatto mediatico.”
Il percorso da seguire interessa l’autorizzazione, la tracciabilità degli alimenti, l’etichettatura spesso non esaustiva o fuorviante. Ugo Marchesi, dell’ISZ di Lazio e Toscana, centro di referenza nazionale per la ricerca di OGM: “Non è sufficiente che si scriva prodotto no OGM, occorre specificare l’ingrediente e scrivere ad esempio mais G.M. o non G.M.”.

 

Sono 69 gli eventi autorizzati tra alimenti e mangimi geneticamente modificati nell’Unione Europea ed è significativo che alcuni di questi eventi siano poi stati ritirati. Il vero problema, come sottolinea Barbara De Santis dell’istituto Superiore di Sanità, è definire un campionamento il più possibile corretto, per ridurre al minimo gli errore in sede di tracciabilità. Angelo Millone: “Il nostro obiettivo è stato quello di portare sul territorio al massimo livello la protezione del consumatore, garantendo cibo sano per tutti. Con l’attività ispettiva verifichiamo che l’impianto sia in grado di dare risposte agli utenti, in un momento in cui il no agli OGM non è solo più una opportunità di mercato ma soprattutto una scelta etica maturata negli anni. In Piemonte si tratta di una produzione di nicchia, che comporta anche costi maggiori. Perciò è necessario crederci.”