Alba: ritrovato un tratto del muro di cinta medievale

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La scoperta durante i lavori per l’estensione del teleriscaldamento cittadino

Martedì 5 agosto 2014 – 11.30

Sono stati avviati nelle scorse settimane in piazza Mons. Grassi, ad Alba, i lavori finalizzati a una significativa estensione del teleriscaldamento cittadino in zona Cherasca che porterà a superare anche ad est l’anello del concentrico cittadino.

L’intervento, realizzato in seguito a diverse richieste di allacciamento al servizio, rientra nel novero sempre più consistente delle estensioni originariamente non previste quando negli anni Ottanta fu avviato il progetto, ma divenute necessarie nel progressivo sviluppo della rete.

 

Esso rappresenta un’ulteriore conferma del livello di apprezzamento del sistema del teleriscaldamento ad Alba, sia per i benefici ambientali che ne conseguono, sia per i vantaggi che offre all’utenza. L’estensione consentirà di allacciare alcuni edifici pubblici e privati che si trovano sulla circonvallazione e poco oltre essa, permetterà, a lungo termine, di ipotizzare un collegamento anche in tutta la zona oltre il torrente Cherasca, e produrrà, già a breve termine, positivi effetti in termini di sostenibilità ambientale, eliminando anche le residue caldaie a gasolio ancora attive a ridosso del centro cittadino.

 

L’assistenza archeologica effettuata ad Alba in occasione della posa dei tubi del teleriscaldamento in piazza Mons. Grassi (precisamente sul lato della piazza corrispondente al prolungamento di Via Acqui verso Corso Coppino, dunque all’esterno della cinta romana), commissionata da Egea e diretta dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte (funzionario di zona dott.ssa Sofia Uggé) ha messo in luce un tratto del muro di cinta medievale con relativa porta.

 

Lo studio dei dati documentari e soprattutto cartografici, unitamente ai risultati delle indagini archeologiche condotte ad Alba dalla Soprintendenza Archeologica del Piemonte in diverse occasioni (in particolare tra il 1989 e il 1993, con riprese e integrazioni in anni recenti) ha già permesso di ricostruire con sicurezza il tracciato medievale delle mura cittadine per il settore sudoccidentale, accertando l’esatta portata dell’ampliamento meridionale rispetto alla cinta muraria romana e l’edificazione della porta di S. Martino (per approfondimenti si rimanda a vari contributi editi in Alba: “Una città nel Medioevo. Archeologia e architettura ad Alba dal VI al XV secolo”, a cura di Egle Micheletto, Alba 1999).

 

Il muro di cinta bassomedievale, emerso anche per lunghi tratti in alcuni contesti indagati archeologicamente (ad esempio nel cortile di via XX Settembre 7, in occasione dei lavori di ridestinazione del vecchio “Cinema Corino”), presenta una larghezza di circa 1 metro ed ha un profilo “a scarpa”; il profilo interno è articolato da contrafforti, posti a distanze non regolari, che servivano per garantire un miglior ancoraggio al terreno e per creare la base del cammino di ronda. Dallo scavo del deposito stratigrafico all’esterno del muro è stata confermata la presenza di un fossato, con tracce di passaggio dell’acqua, ed è stato datato lo smantellamento sistematico dell’apparato difensivo alla fine del XVIII secolo.

 

Prima della scoperta in Piazza Mons. Grassi si avevano scarse informazioni sul tratto orientale della cinta, verso il torrente Cherasca, in cui si ipotizzava, sulla scorta di una nutrita serie di disegni cinquecenteschi, un ampliamento urbano rispetto al tracciato delle mura romane, difficile però da precisare cronologicamente e “materialmente”. In quest’area compare già in documenti del XIII secolo una “porta castello”, poi nota come “del soccorso” o “Cherasca”, la cui presenza pare attestata a lungo, dato che è raffigurata ancora in un disegno militare del 1652.

 

L’attuale piazza Mons. Grassi, occupata in età romana dalla porta decumana orientale, mantiene la sua importanza nel Medioevo e la afferma anche visivamente con la costruzione di una torre, inglobata successivamente nel palazzo vescovile, un vero e proprio “quartiere episcopale” la cui edificazione avrebbe determinato un consistente ampliamento della cinta, come si è detto, ascrivibile sulla base di riscontri cartografici intorno al 1550.

 

L’importanza storico-architettonica di questo polo urbano orientale ha ricevuto piena conferma dagli scavi archeologi per la posa del teleriscaldamento – realizzati dalla Ditta “Cora Soc. Cooperativa” (in particolare responsabile di cantiere il dott. Mario Cavaletto, coadiuvato dalle dott.sse Giuliana Negro e Maddalena Binello) – che hanno portato alla luce una sequenza stratigrafica articolata e di grande interesse per la conoscenza della storia medievale della città di Alba.

 

Ad una prima fase si riferisce il muro di cinta medievale, dotato inizialmente solo di un’apertura verso il Cherasca, con un piano di calpestio che pare non più conservato (sono in corso approfondimenti); ad oggi il muro è visibile nel sondaggio per una larghezza di 1,40 m, ma la sua ampiezza verrà completamente messa in luce con il proseguimento delle indagini archeologiche. Successivamente è costruita una vera e propria porta, larga 1,60 m e con un paramento in mattoni che nello spigolo reimpiega sesquipedali di epoca romana opportunamente sagomati. La sua realizzazione è verosimilmente da ricondurre ad esigenze di monumentalizzazione e potenziamento delle strutture difensive rispetto ad una fase precedente in cui l’accesso alla città si limitava ad un semplice varco nelle mura difeso forse da elementi lignei. Gli scavi hanno portato alla scoperta anche di parte di un condotto fognario in uscita che scaricava nel fossato esterno alla cinta; tale condotto, di cui si conserva ancora la rasatura della volta, è quasi coincidente con la prosecuzione di quello romano sottostante il decumano (corrispondente con l’attuale Via Acqui), ed è tagliato e obliterato da una struttura abbastanza poderosa ma costruita a secco, che sembra riferibile a una probabile tamponatura della porta. Infine, ad una quota decisamente molto superficiale, l’acciottolato che doveva costituire il piano d’uso più recente collegabile alle strutture della porta, ancora utilizzate anche se parzialmente private del paramento in mattoni sul lato interno.

 

Il materiale ceramico, utile per proporre una prima attribuzione cronologica delle strutture messe in luce, purtroppo è molto scarso: è costituito da invetriata tarda (XVII secolo) correlabile al piano in acciottolato e da un frammento di graffita, probabilmente di XV-XVI secolo, riferibile al muro a secco; anche la costruzione della porta è riconducibile, sulla base del materiale ceramico, al XV secolo. Rimangono dunque da approfondire, con l’avanzamento della ricerca, la cronologia ma anche la funzione di alcuni tratti murari emersi durante lo scavo; la presenza del quartiere episcopale può aver giocato un ruolo basilare riguardo la costruzione di edifici e strutture a ridosso o sopra le mura, soprattutto se si considera che spesso i vescovi, sin dall’età carolingia, sono stati promotori della ricostruzione di numerosi circuiti murari urbani, di cui divennero anche proprietari.

 

Conclusa l’indagine archeologica le strutture ritrovate, opportunamente rilevate e documentate fotograficamente, verranno protette e ricoperte in modo da garantirne la conservazione e ripristinare il piano viario, necessario per l’accesso al centro storico della Città. Si valuterà, in accordo con l’Amministrazione comunale, la possibilità di collocare nella zona pannelli esplicativi e fotografici, inseriti nell’ambito di quelli del circuito romano e medievale della Città, per valorizzare i ritrovamenti. Salvo ulteriori “sorprese” dal sottosuolo, i lavori in piazza Mons. Grassi saranno conclusi già nei prossimi giorni.

 

Ancora una volta lo sviluppo infrastrutturale e “sostenibile” della Città, è andato di pari passo e si è integrato con la ricerca sulle sue origini e sulle tappe fondamentali della sua storia confermando la proficua collaborazione tra Egea e la Soprintendenza Archeologica.

 

cs