Quando contava la preferenza «La guerra dentro la Dc»

Carlo Donat-Cattin raccolse 72mila preferenze nel 1972: correnti, sezioni e territorio raccontano una politica in cui il consenso aveva nome e cognome

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Settantaduemilaventiquattro. Prima ancora di spiegare come funzionasse la legge elettorale della Prima Repubblica, basterebbe questo numero. Sono le preferenze raccolte da Carlo Donat-Cattin alle politiche del 1972 nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli. Quattro anni dopo furono 50.357. Non erano voti alla Democrazia Cristiana: erano elettori che, scelto lo scudo crociato, sulla scheda indicavano direttamente lui.
Per chi è cresciuto con le liste bloccate sembra un reperto archeologico. Eppure per decenni la politica funzionò così. Il consenso aveva un nome e un cognome e la battaglia poteva svolgersi contro gli avversari, ma dentro lo stesso partito. Ad Alba, a 35 anni dalla morte di Donat-Cattin, Giorgio Aimetti lo ha sintetizzato: «La politica non è mai stata un praticello fiorito con gli uccellini». Dentro la Dc c’erano idee differenti, correnti, territori e conte. Forze Nuove, la sinistra sociale guidata da Donat-Cattin, aveva nel Cuneese una presenza importante: Aimetti ricorda che alle comunali albesi del 1985, dei 22 consiglieri eletti dalla Dc, «sicuramente la metà si riferiva a Forze Nuove». A chiudere l’incontro la nipote Barbara Donat-Cattin: «Un cognome scomodo, ma con orgoglio lo portiamo avanti».
Alla Camera l’elettore poteva esprimere più preferenze, tre o quattro a seconda della circoscrizione. Questo permetteva ai candidati dello stesso partito di costruire alleanze, ma imponeva a ciascuno una propria rete. Il manifesto della Dc serviva a tutti; il santino personale serviva per essere eletti. Dietro c’era una macchina che oggi sembra lontanissima: sezioni nei paesi, comizi, amministratori, sindacati, parrocchie, pranzi, cene, telefonate e chilometri per stringere mani. La forza di una corrente si misurava anche nella capacità di trasformare tutto questo in preferenze. Non era una politica più gentile. Fabrizio Palenzona, giovane collaboratore di Donat-Cattin, ne ha ricordato una regola: «Non si va a trattare col cappello in mano». Persino Gianni Agnelli ne conosceva il carattere: se Donat-Cattin gli diceva «ho cinque minuti, vengo a trovarla», era di buon umore; se invece intimava «ha cinque minuti, venga subito», era arrabbiato. «Non era un suddito», ha sintetizzato Palenzona.
Nel 1987 Donat-Cattin scelse il collegio senatoriale di Alba-Bra-Savigliano. La candidatura suscitò qualche diffidenza, ma lui affrontò la campagna alla vecchia maniera: girando i paesi e incontrando le persone. Dopo l’elezione mantenne un rapporto stretto con il territorio, legando il proprio nome al Teatro Sociale, all’acquedotto delle Langhe e alla programmazione dell’ospedale unico poi realizzato a Verduno. Quella stagione era vicina alla fine. Nel giugno 1991, pochi mesi dopo la morte di Donat-Cattin, il referendum sulla preferenza unica cancellò le preferenze multiple. Il 95,5% dei voti validi fu favorevole. Poi arrivarono Tangentopoli, la fine della Dc e una nuova Repubblica. Sarebbe ingenuo trasformare quel sistema in un’età dell’oro: le preferenze avevano storture e alimentavano competizioni feroci.
Obbligavano il candidato a conquistarsi qualcosa che nessuna segreteria poteva assegnargli: consenso. Oggi che si torna a discutere di legge elettorale, quelle 72.024 preferenze raccontano più di Carlo Donat-Cattin. Raccontano un’Italia nella quale, entrando nella cabina, l’elettore poteva scegliere un partito, ma anche chi mandare in Parlamento.