Il coraggio di essere cittadini «Non possiamo stare a guardare»

Don Luigi Ciotti, ospite della Fondazione Ospedale Alba-Bra a Verduno, riflette sul senso dello Stato e richiama ciascuno alla propria responsabilità, tra giovani, mafie, sanità e futuro

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Come si recupera il senso dello Stato in un Paese che oggi sembra avere cattivi maestri? Basta una domanda, a margine dell’incontro all’ospedale di Verduno, per aprire con don Luigi Ciotti una conversazione che attraversa democrazia, Costituzione, giovani, mafie, sanità. E che, alla fine, torna sempre allo stesso punto: noi. «Non possiamo continuare a pensare che tutto dipenda dagli altri». Per il fondatore del “Gruppo Abele” e di “Libera” è da qui che bisogna ripartire: dalla responsabilità. Una parola meno comoda di solidarietà, perché non consente di chiamarsi fuori. Ci sono momenti, spiega, nei quali «raccontare e parlare diventa un obbligo morale, una responsabilità civile, un dovere civico». Questo è uno di quei momenti.
Il primo pensiero va ai giovani. Ricorda i 650mila italiani tra i 18 e i 34 anni che tra il 2011 e il 2024 hanno lasciato il Paese. Dietro il numero vede soprattutto una domanda che interpella direttamente il Paese: quale futuro siamo capaci di offrire? «Stiamo perdendo i nostri ragazzi perché non si sta investendo su di loro».
Poi lo sguardo si allarga. La violenza, le nuove dipendenze, il disagio, le mafie che continuano a rigenerarsi. E un pericolo forse meno visibile: l’assuefazione. Ci abituiamo alle immagini delle guerre, alla sofferenza che scorre ogni giorno davanti ai nostri occhi, fino a incorporarla nel paesaggio della normalità. È allora che la risposta diventa culturale prima ancora che repressiva. «La conoscenza ci rende più consapevoli e la consapevolezza ci chiede di essere più corresponsabili».
È la risposta più diretta alla domanda sui cattivi maestri. Non basta sostituirli con maestri migliori. Bisogna formare cittadini capaci di conoscere, distinguere, scegliere, partecipare. «È fondamentale l’educazione, la cultura della coscienza», insiste Ciotti. Perché una democrazia si indebolisce anche quando i cittadini rinunciano alla fatica di capire il proprio tempo.
Vale, a maggior ragione, per le mafie. Ciotti riconosce il lavoro che magistrati e forze di polizia continuano a svolgere, spesso con mezzi insufficienti, ma indica nella delega una delle tentazioni più pericolose. La criminalità organizzata non è materia riservata agli specialisti dell’antimafia. «Questi problemi non riguardano solo qualcuno, ci riguardano tutti». Parole che hanno il peso di una storia appena vissuta: pochi giorni prima Ciotti aveva accompagnato Denise Cosco nel giorno del funerale, celebrato in una località tenuta segreta. E c’è un dato umano che lo inquieta: vedere nelle nuove operazioni una presenza crescente di giovani, accanto a uomini già condannati, usciti dal carcere e tornati nei circuiti criminali.
Anche la salute diventa così una questione di cittadinanza. Ciotti parla delle liste d’attesa, di chi è costretto a rivolgersi al privato e di una disuguaglianza che rischia di diventare elementare: chi può permetterselo paga, chi non può aspetta o rinuncia. Nel 2024 la spesa sanitaria privata italiana ha superato i 47 miliardi di euro, oltre 41 sostenuti direttamente dalle famiglie.
Verduno, però, gli consegna l’altra metà del racconto. L’ospedale che lo ha colpito, la collaborazione tra pubblico e privato, i volontari incontrati. Perché denunciare ciò che non funziona non significa smettere di riconoscere ciò che funziona. «Questo non vuol dire dimenticare le cose belle, positive che ci sono».
Ed è forse questo il punto nel quale Stato e cittadino tornano a incontrarsi. Essere cittadini non significa soltanto pretendere che le istituzioni facciano la loro parte. Significa assumersi la propria, senza sostituirsi allo Stato e senza concedergli alibi; esigere i diritti e, insieme, rifiutare la comodità della delega. Resta una parola. Speranza. Ciotti la pronuncia dopo aver parlato di ragazzi che partono, sanità in affanno, violenza, mafie capaci di rigenerarsi. Potrebbe sembrare la più fragile. Nel suo vocabolario è invece una parola esigente. «Non venga meno la speranza». Non l’attesa che qualcuno cambi le cose al nostro posto, ma una forza «sociale, culturale, politica», capace di tradursi ogni giorno in responsabilità.

Alba, una via per Vaccaneo: «Allargava lo spazio della speranza»

Prima di Verduno, Alba. Sabato scorso, 19 settembre è stato intitolato a don Valentino Vaccaneo (1934-2012) il tratto di via Romita accanto alla chiesa di Cristo Re.
A scoprire la targa, con il sindaco Alberto Gatto e il vescovo Marco Brunetti, anche don Luigi Ciotti, legato al sacerdote da una lunga amicizia e dalle prime esperienze di impegno sociale. «Oggi alzerebbe la voce, ma soprattutto farebbe», lo ha ricordato Ciotti. Educatore,
vicino ai giovani e alle fragilità, Vaccaneo fu protagonista della comunità “Il Campo”, dell’esperienza di Saint-Jacques e di numerosi progetti di volontariato e accoglienza.