Succede quando un progetto nel quale crediamo continua a non trovare spazio, quando un’idea sembra lasciare indifferenti proprio le persone alle quali dovrebbe interessare, quando ci accorgiamo di fare sempre più fatica a ottenere risultati con strumenti che fino a poco tempo prima funzionavano bene. Dopo un po’, quasi senza accorgercene, la domanda cambia: «E se il problema fossi io?».
Le storie di chi arriva a questa convinzione si somigliano più di quanto sembri: si sentono fuori posto, fuori mercato, qualche volta persino fuori tempo. E quasi sempre, ascoltandole fino in fondo, la domanda di partenza merita di essere riformulata.
Siamo davvero nel posto sbagliato, oppure stiamo chiedendo a un’idea, a una competenza o persino a noi stessi di funzionare in un contesto che nel frattempo è cambiato, o che non è ancora pronto?
La storia della Programma 101 di Olivetti aiuta a guardare questa possibilità da un’altra angolazione.
Quando fu presentato, nel 1965, sembrava arrivare direttamente dal futuro: un computer programmabile, abbastanza compatto da stare su una scrivania, mentre ovunque intorno i calcolatori occupavano intere stanze ed erano riservati alle grandi organizzazioni. Oggi molti la considerano il primo personal computer commerciale della storia. Persino la Nasa la utilizzò durante il programma Apollo.
Eppure, quella intuizione non trasformò Olivetti nella protagonista dell’informatica mondiale. Le ragioni sono diverse e non tutte hanno a che fare con l’idea in sé: la scomparsa di Adriano Olivetti e di Mario Tchou, le scelte industriali che seguirono, un mercato non ancora pronto a cogliere fino in fondo la portata di quell’innovazione. Quell’idea cercava di crescere in un contesto che non era ancora pronto a riceverla.
Il cervello costruisce il significato di ciò che osserva mettendolo sempre in relazione con il contesto: con quello che già conosce, con quello che si aspetta, con quello che considera plausibile. Quando un’idea rompe troppo gli schemi esistenti, diventa difficile riconoscerne il valore, semplicemente perché manca ancora la cornice che permetta di comprenderla.
Prima di trasformare un risultato deludente in un giudizio su di sé, vale la pena fermarsi a osservare anche il contesto in cui quella scelta sta cercando di crescere: il risultato deludente resta lo stesso, ma cambia il punto da cui lo guardiamo.
Sto davvero percorrendo la strada sbagliata, o è il rapporto tra questa strada e il momento che sto vivendo a meritare uno sguardo diverso?
Fuori posto o fuori tempo?
L’esempio della Programma 101 Olivetti: perché non cambiò gli scenari


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