Il punto, oggi, è questo: la riforma elettorale (ribattezzata “Stabilicum”, o “Melonellum” dalle opposizioni) sta per chiudere il suo percorso. Il Senato ha approvato con modifiche il testo il 15 settembre 2026, con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti. Il testo è, però, stato emendato rispetto a quello uscito da Montecitorio, così serve un ultimo passaggio: la Camera deve riesaminarlo (è la cosiddetta “navetta” parlamentare).
Il voto finale in Aula è stimato nella prima settimana di ottobre, e la premier Giorgia Meloni ha annunciato che porrà la fiducia sul testo “per chiarezza”. Ne parla Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il Parlamento: «La decisione di porre la fiducia è una scelta che ha fatto il Governo, naturalmente in prima persona il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, non è una scelta che si poteva fare singolarmente. Deriva dal fatto che siamo di fronte a una svolta molto importante per il lavoro del Governo, quindi ognuno di noi si deve assumere la responsabilità delle lealtà di un voto a favore della legge elettorale». Questo però non significa che il voto finale sia al riparo da sorprese, come dimostrato dal primo passaggio a Montecitorio dello Stabilicum, che ha dovuto fare i conti con i franchi tiratori.
Cosa cambia davvero? Il sistema resta proporzionale, ma con un correttivo pensato per dare stabilità al Governo. Ecco i punti chiave.
IL PREMIO DI MAGGIORANZA
Il cuore della riforma è il “premio di governabilità”: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunge il 42% dei voti validi. Attenzione però: non basta prendere il 42% da qualche parte. Il premio scatta solo se la stessa coalizione arriva prima sia alla Camera sia al Senato, superando il 42% in entrambi i rami. Se anche una sola di queste due condizioni manca, si torna al proporzionale puro, senza premio per nessuno. In pratica è un sistema proporzionale corretto da un premio di maggioranza fisso per chi abbia ottenuto il maggior numero di voti a patto che abbia superato la soglia, appunto, del 42%. Un dettaglio non da poco: c’è anche un tetto, per evitare maggioranze bulgare: 220 deputati e 113 senatori come limite massimo per la maggioranza. C’è il ripescaggio del “miglior perdente” per coalizione e la deroga al Senato per le liste che raggiungano almeno il 20% dei voti in una singola regione.
COSA SCEGLIE L’ELETTORE IN CABINA
Qui sta la novità che interessa di più chi vota. Il meccanismo per scegliere gli eletti è un mix di preferenze e capilista bloccati. Quelli di ogni circoscrizione restano bloccati (impossibile “saltarli” votando quella lista), ma l’elettore può esprimere fino a tre preferenze sugli altri nomi in lista. È un cambio non banale rispetto al Rosatellum attuale, dove tutti i nomi sono fissati dai partiti e l’elettore non sceglie nessuno. L’elettore, però, non potrà scrivere un nome a piacere. Potrà solo scegliere, mettendo una croce (non scrivendo), tra i nomi già stampati sulla scheda, cioè i candidati che il partito ha presentato in quella lista e in quel collegio fino a un massimo di tre preferenze, e solo tra i candidati della stessa lista che ha votato. Quindi, in pratica: non si scrive nulla a mano, ma si segna con una croce il nome stampato, esattamente come si fa oggi per il simbolo. Non si può “prendere in prestito” un nome da un’altra lista: le preferenze valgono solo per candidati della lista votata. Il capolista resta escluso dal meccanismo: è bloccato e viene eletto per primo comunque. Saranno i partiti, in fase di deposito delle liste, a decidere quali nomi mettere sulla scheda: il cittadino sceglie “tra” quei nomi, non “oltre” quei nomi. C’è il vincolo di alternanza di genere in caso di voto multiplo.
LA SOGLIA DI SBARRAMENTO
Le soglie di sbarramento restano, per l’ingresso in Parlamento, quelle del Rosatellum (10% per le coalizioni e 3% per le liste). Nessuna soglia è invece prevista per contribuire al computo ai fini della cifra elettorale nazionale e dunque del premio di maggioranza.
IL NOME DEL PREMIER
Le forze politiche devono indicare nel simbolo/programma il nome proposto come premier (obbligatorio anche per le coalizioni, che devono indicarne uno solo per tutti i partiti) ma quel nome non comparirà sulla scheda elettorale, e non crea alcun vincolo di mandato per i parlamentari eletti.
LE FIRME PER CANDIDARSI
Aumentano da 1.500 a 6.000 il numero minimo di firme richieste per collegio per chi non siede già in Parlamento (restano alcune esenzioni per i gruppi già costituiti).
VOTO FUORISEDE
Diventa possibile votare nel luogo dove si è temporaneamente domiciliati da almeno 9 mesi (3 mesi per chi è fuori Comune per cure), iscrivendosi entro 30 giorni dalla maturazione del requisito e almeno 45 giorni prima delle elezioni.
MINI GLOSSARIO PER IL LETTORE
Proporzionale:
i seggi in Parlamento si distribuiscono in base alla percentuale di voti presa da ogni lista, senza (o quasi) distorsioni maggioritarie.
Preferenze:
la possibilità per l’elettore di scrivere/segnare il nome del candidato che preferisce all’interno della lista votata, anziché limitarsi a votare il simbolo.
Premio (di maggioranza/governabilità):
seggi bonus assegnati alla coalizione o lista vincente per garantirle una maggioranza più solida in Parlamento.
Soglia (di sbarramento):
la percentuale minima di voti sotto la quale una lista non ottiene seggi (qui il 3%).
Liste bloccate:
liste in cui l’ordine dei candidati è deciso dai partiti e l’elettore non può modificarlo – qui vale ancora per il capolista


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