Matteo Battocchio, quarta stagione a Cuneo: «Vogliamo far sentire le persone orgogliose di noi”

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Il tecnico dell’Acqua Sant’Anna Cuneo presentato in piazza Galimberti
durante il Cuneo Bike Festival: «La pressione è un privilegio.
Qui vogliamo costruire cultura sportiva e senso di comunità»

Matteo Battocchio e Cuneo Volley ancora insieme. Il tecnico biancoblù è stato presentato ufficialmente per la quarta stagione consecutiva alla guida dell’Acqua Sant’Anna Cuneo, in piazza Galimberti nell’ambito del Cuneo Bike Festival.

L’incontro, organizzato in collaborazione con Lagnasco Group, è stato aperto dal direttore sportivo Paolo Brugiafreddo: «I risultati e la qualità del lavoro che Matteo esprime quotidianamente sono sotto gli occhi di tutti. Ha portato cultura sportiva, qualità del lavoro e professionalità». Il direttore generale Davide Bima ha invece sottolineato il legame costruito con il territorio: «Sentiamo un entusiasmo importante, anche da parte dei nostri partner».

Tra questi Lagnasco Group, con il presidente Fabrizio Garello, che ha ricordato la realtà della cooperativa, nata nel 1972 e oggi composta da 250 soci produttori, e il legame con Cuneo Volley anche attraverso Eplì e i prodotti naturali rivolti al mondo dello sport.

BATTOCCHIO: «QUI BISOGNA AVERE IL CORAGGIO DI RISCHIARE»

Al centro dell’incontro soprattutto Matteo Battocchio e la sua idea di sport. Il punto di partenza è il nuovo gruppo: «Sono super felice. Abbiamo ragazzi molto validi a livello pallavolistico e importanti a livello umano. Si va in palestra con il sorriso, con la voglia di allenarsi. Se vuoi fare qualcosa in più e non semplicemente timbrare il cartellino, serve quella cosa che si chiama passione».

Da qui un concetto sul quale il tecnico insiste: non confondere il risultato sportivo con la qualità del lavoro. «Il primo anno qui, nel 2023-24, il risultato sportivo non è stato all’altezza, ma quello lavorativo è stato eccellente. Cuneo è una piazza che deve prendersi dei rischi: far crescere giocatori giovani, persone giovani nello staff, investire su di loro. Devi essere bravo a vedere talento e potenziale in quello che hai attorno».

Ma perché un giocatore dovrebbe scegliere Cuneo, magari anche davanti a offerte economicamente migliori? «Perché si trova bene qui. Quando sono arrivato avevo il ricordo, da ragazzino, di una piazza con un rapporto particolare tra giocatori e tifosi, con un senso di comunità. Abbiamo lavorato tanto per ricrearlo e credo che ci stiamo riuscendo».

DAL GRUPPO ALLA SQUADRA

Per Battocchio la costruzione di una squadra passa dalle motivazioni di ciascuno. «Ognuno di noi ha il suo perché. Per qualcuno può essere il conto in banca, per un altro crescere professionalmente. Noi dobbiamo cercare una strada che permetta a tutti di soddisfare il proprio perché. È lì che il gruppo diventa squadra».

Fondamentale anche l’onestà nella definizione dei ruoli: «È meglio avere un giocatore un po’ meno forte ma contento del proprio ruolo. Sa qual è il suo compito e contribuisce all’armonia della squadra. Una squadra che funziona permette di crescere molto più velocemente».

«LA PRESSIONE È UN PRIVILEGIO»

Un altro passaggio riguarda la gestione delle difficoltà. «La pressione è un privilegio. Io ti metto pressione perché so che sei capace di fare quella cosa. Noi combattiamo l’obbligo di vincere, non la pressione».

E qui entra in gioco l’“antifragilità”, uno dei temi sui quali Battocchio vuole lavorare con una squadra mediamente molto giovane: «Siamo tutti fragili, ma a nessuno piace esserlo. Dobbiamo accettarlo perché ci sia un processo di apprendimento: non una resilienza che mi faccia tornare esattamente dove ero prima, ma un processo formativo che mi dia qualcosa in più».

La promessa alla città, allora, non passa da un piazzamento: «Vogliamo continuare a crescere dal punto di vista della cultura sportiva, far sentire le persone orgogliose di noi e creare questo senso di comunità».

La quarta stagione di Battocchio a Cuneo riparte da qui: una squadra giovane, la volontà di crescere e un’identità da costruire dentro e fuori dal campo. Con il risultato che conta, naturalmente, ma senza diventare l’unica misura del lavoro.