C’è un momento, in ogni incontro come questo, in cui la storia smette di essere cronaca e diventa racconto vissuto. Lunedì 21 settembre, nella sala dell’Associazione Commercianti Albesi di Piazza San Paolo, quel momento è arrivato quasi subito, quando Civita Di Russo ha riportato tutti al 1993: un’Italia ancora tramortita dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, e lei, giovanissima avvocata, chiamata a difendere in aula persone accusate di crimini che l’opinione pubblica voleva solo condannare.
“La mafia va dove c’è potere e ricchezza”, ha detto l’autrice di Indomita, oggi vice capo di Gabinetto della Regione Lazio, spiegando come i territori del Nord siano diventati terreno di caccia proprio per le risorse legate alla transizione ecologica. E poi la domanda che ha attraversato tutta la sala come una corrente: non possiamo aspettarci sempre eroi come Falcone e Borsellino. Serve che ognuno di noi si senta chiamato in causa, che qualcuno sia disposto a denunciare e che chi lo fa non resti solo.
È stato l’incontro “La mano delle mafie sull’ambiente”, promosso nell’ambito di Circonomia OFF e guidato dalla giornalista Francesca Pinaffo, di Gazzetta d’Alba, a portare all’Aca (Associazione Commercianti Albesi) in piazza San Paolo 3 ad Alba, dedicato alle connessioni tra criminalità organizzata, illegalità ambientale e sistema economico. Per una sera un tema che di solito si legge nelle pagine di cronaca giudiziaria di altre città, e che invece (i numeri lo dicono chiaramente) riguarda anche il Cuneese, e da vicino.
A dare la dimensione storica del fenomeno è stato Roberto Greco, giornalista e autore di Alla conquista del Nord, che ha srotolato quasi settant’anni di infiltrazioni mafiose in Piemonte partendo da una data precisa, il 1952, quando i flussi migratori dal Sud si intrecciarono con la pratica del soggiorno obbligato. Fu così che Rocco Lo Presti arrivò a Bardonecchia, per non muoversi più da lì. Un filo che Greco ha seguito fino agli anni Settanta, quando nel Torinese si scoprì il racket mafioso nel settore delle costruzioni; fino al 1972, con la nascita della prima “locale” a Chivasso e Volpiano come piccola “piazza d’armi”; fino agli anni Ottanta e al traffico di stupefacenti, culminato nel 1983 nell’omicidio di Bruno Caccia, il primo boss ‘ndranghetista mappato in Piemonte. Nel 1995 il Comune di Bardonecchia venne sciolto per mafia: la prova, ha detto Greco, che non si trattava più di un sospetto ma di un fatto.
E poi il presente, quello più vicino a noi. Greco ha citato l’inchiesta Barbarossa del 2018 e il procedimento Albachiara del 2015 (diciannove imputati condannati) che ha svelato una “locale” attiva nel basso Piemonte, con ramificazioni che da Alba arrivano a Sommariva del Bosco, a Fossano, fino a Castagnito. Ma è un altro dato a far calare il silenzio in sala: nella provincia di Cuneo i reati ambientali accertati sono di più che a Torino, 356 contro 332, con un aumento del 60% rispetto all’anno precedente. A Biella, per confronto, appena 52. “Non è più una banale emergenza – ha detto Greco – è qualcosa di strutturale”. Conviene smaltire rifiuti in posti sconosciuti piuttosto che gestirli con impianti degni di questo nome; conviene, oggi, persino evadere le tasse piuttosto che riciclare denaro sui mercati internazionali, come dimostra un fascicolo aperto dalla Guardia di Finanza di Palermo sul settore della ristorazione.
A chiudere la serata, un contributo video della senatrice del Partito Democratico Vincenza Rando, avvocata e vicepresidente di Libera, voce che da anni tiene insieme la memoria delle vittime e l’impegno quotidiano contro le mafie.
Alla fine, restano in mente le parole di Di Russo: quando non sentiamo più parlare di mafia, è proprio quello il momento di preoccuparci di più. Non dobbiamo abbassare la guardia. E ad Alba, lunedì sera, la guardia si è alzata di qualche centimetro.


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