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«Tortora non fu una vittima» Una ferita ancora aperta

Vittorio Pezzuto rilegge il caso a quarant’anni dall’arresto: l’errore giudiziario, il ruolo dei media e e gli anticorpi che il Paese ha perduto

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Enzo Tortora continua a tornare. A più di quarant’anni da quel 17 giugno 1983 che spezzò in due la sua vita, la sua storia sembra non riuscire a diventare soltanto passato. A riportarla sullo schermo sono stati, in tempi diversi, Ricky Tognazzi e oggi Marco Bellocchio: due registi che hanno attinto anche al lavoro di Vittorio Pezzuto e al suo “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora”, pubblicato nel 2008 e oggi tornato in una nuova edizione piemme. Una ferita ancora aperta, che continua a interrogare il presente: giustizia, informazione, presunzione d’innocenza, gogna mediatica. Pezzuto ne parlerà sabato 12 settembre alle 18, in via Roma a Cuneo, ospite del Festival Art.27-Expo.
Pezzuto, perché dopo quarant’anni abbiamo ancora bisogno di raccontare Enzo Tortora?
«Perché è una storia universale, quasi perfetta nel suo orrore. Un grandissimo personaggio televisivo viene travolto dall’accusa di essere camorrista e spacciatore. Lotta per la propria innocenza, grazie a Marco Pannella e al Partito Radicale diventa un leader politico, viene assolto, torna in televisione e pochi mesi dopo muore. Ma soprattutto non è una storia confinata al passato».
Chi era prima delle manette?
«Innanzitutto un giornalista. Ha avuto una carriera tra radio, televisione e carta stampata e ha profondamente riscritto la grammatica televisiva italiana, anticipando format e linguaggi replicati nei decenni successivi. Aveva una cultura straordinaria, una passione sfrenata per la lettura ed era un liberale, un uomo con la schiena dritta. Il caso giudiziario ha finito per cancellare tutto questo».
L’episodio di Gigi Meroni racconta un altro giornalismo. Oggi sarebbe ancora possibile?
«Oggi c’è la gara a dare la notizia della morte tre secondi dopo. Tortora, conduttore della Domenica Sportiva, rinunciò allo scoop per proteggere il dolore della madre di Meroni, che poi lo ringraziò per averle “regalato” quelle ore. Quanti oggi farebbero lo stesso?».
Poi arrivano gli “sputi”: le accuse dei pentiti Giovanni Pandico e Pasquale Barra e l’inchiesta dei magistrati Lucio Di Pietro e Felice Di Persia. Dove nasce l’errore Tortora?
«Fu un processo a tesi: prima sostengo una tesi e poi cerco le prove per dimostrarla. Tutto finì per basarsi sulle dichiarazioni dei pentiti, arrivando a pesarne il numero più della qualità e dei riscontri. Quando un’accusa si indeboliva ne arrivava un’altra. E intanto Tortora era già stato dato per colpevole davanti all’opinione pubblica. La stampa ebbe un ruolo fondamentale».
E dopo l’assoluzione? Lei cita spesso un’intervista di Di Pietro a “Il Mattino”…
«È un passaggio per me incredibile. Di Pietro conclude la sua carriera da procuratore generale di Salerno e, andando in pensione, rilascia un’intervista a “Il Mattino”: “Tortora? Non una svista, l’arresto era inevitabile”. A distanza di oltre trent’anni continuava a difendere quella scelta. Di Persia, a sua volta, ha sempre sostenuto di non aver commesso errori. Questo significa che non c’è stata una vera assunzione di responsabilità».
Lei dice che Tortora non fu una vittima.
«Esatto, non è stato una vittima ma un grande leader politico. Ha reagito trasformando la propria avventura giudiziaria in una battaglia per tutti gli italiani. Pensava di conoscere profondamente il Paese e scoprì improvvisamente il baratro della giustizia italiana. Ne uscì amareggiato, ma non si abbatté».
Quanto fu decisivo Pannella?
«Si conoscevano già dai tempi della Lega italiana per il divorzio. Tortora era uno dei pochi personaggi noti che non aveva avuto paura di schierarsi. Con la vicenda giudiziaria quella sensibilità diventa la battaglia per una “giustizia giusta”. Arriverà a dire: “Ero liberale perché ho studiato e sono radicale perché ho capito”».
Perché Tortora non può essere considerato un caso isolato?
«Non dobbiamo rappresentarlo come un unicum, un errore al quale si è posto rimedio. Da allora decine di migliaia di cittadini sono stati arrestati e riconosciuti innocenti. Non hanno avuto la notorietà di Tortora, ma il meccanismo continua a esistere».
Oggi Tortora sarebbe stato meno “fortunato”.
«Non avrebbe avuto Pannella e il Partito Radicale a sostenerlo, né personalità come Sciascia, Biagi o Bocca. E avrebbe subito la gogna dei social. Immaginiamo cosa sarebbe stato scritto su di lui. Credo che la società italiana abbia perso anticorpi che possedeva allora».
È qui che Tortora incontra l’Articolo 27: abbiamo imparato qualcosa?
«Il rischio è considerare la giustizia un fatto privato: ci accorgiamo che non funziona quando colpisce noi o qualcuno vicino. Tortora ci dice che riguarda tutti. Per questo non deve diventare un monumento».
Bellocchio, Tognazzi, il suo libro: abbiamo restituito Tortora alla memoria?
«Tortora è stato ucciso due volte: dalla vicenda giudiziaria e, poi, nella memoria del Paese che ha cancellato la sua carriera. Il libro e le fiction hanno mosso qualcosa. Ricordarlo significa riscoprire ciò che era stato prima delle manette».

L’Expo dell’economia carceraria, tra talks, concerti e spettacoli

Tre giorni di incontri, ma anche musica e teatro per portare Art.27-Expo fuori dai tavoli di confronto e dentro la città. Via Roma sarà il cuore degli appuntamenti musicali di Parole Liberate: venerdì 11 settembre, dalle 18 alle 20, sul palco Perla-Chaise e Dimaggio; domenica 13, nella stessa fascia oraria, Alvise Nodale e L’Isola dei Cipressi Viventi. La sera il programma si sposterà allo Spazio Varco per due appuntamenti teatrali: venerdì 11 alle 21 Agenti di Mimmo Sorrentino, la nuova Iliade delle carceri italiane raccontata da attori agenti penitenziari; sabato 12, sempre alle 21, Non calpestare l’erba, nuova produzione di Voci Erranti con gli attori del carcere di Saluzzo e la regia di Grazia Isoardi. Domenica il teatro tornerà protagonista anche negli incontri pomeridiani, fino ad Armando Punzo e al racconto dell’esperienza della Casa di reclusione di Volterra. Gli spettacoli allo Spazio Varco sono a ingresso gratuito, con un massimo di 250 posti: prenotazioni sul sito www.art-27.it.

BaNNER
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