«Non bastano le medaglie» Lo sport appartiene a tutti

Mauro Berruto racconta la “sua” legge sulle palestre scolastiche aperte: «La scuola è il luogo più democratico per garantire l’accesso allo sport»

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«Siamo in testa nei medaglieri e ultimi nelle classifiche sulla pratica sportiva. Il problema è proprio questo: siamo bravissimi a ottimizzare il successo di pochi a beneficio di tanti tifosi, ma sportivizzare un Paese è un’altra cosa». Mauro Berruto conosce entrambi i lati del campo. Venticinque anni da allenatore, la guida della Nazionale italiana maschile di pallavolo, il bronzo olimpico di Londra 2012. Poi la politica: deputato, relatore della riforma che nel 2023 ha portato lo sport nell’articolo 33 della Costituzione e promotore della legge che porta il suo nome, dedicata all’utilizzo extrascolastico delle palestre scolastiche. Dalla prima estate di applicazione della norma, il discorso si allarga così alla distanza che ancora separa scuola e sport, alla carenza di impianti, alla specializzazione precoce e all’abbandono adolescenziale.
Onorevole Berruto, questa è stata la prima estate della sua legge. Possiamo già tracciare un bilancio?
«Sto ricevendo moltissimi feedback e, naturalmente, mi arrivano soprattutto da dove le cose non funzionano. Ci sono dirigenti che hanno ignorato la legge, bandi che non ne rispettano pienamente lo spirito, situazioni nelle quali si continua a ragionare come prima».
Qual era il cambiamento sostanziale che volevate introdurre?
«Restituire il processo di assegnazione delle palestre ai proprietari degli impianti, quindi Comuni, Province o Città metropolitane, e superare un’incoerenza: le società sportive non possono aspettare la riapertura della scuola per entrare in palestra. Gli allenamenti ripartono già nei primi giorni di settembre».
Ci sono anche riscontri positivi?
«Sì. Mi sono state segnalate palestre prima non disponibili e che ora lo sono diventate, così come società che hanno proposto interventi di ammodernamento poi approvati. Questo è il primo vero test concreto: la legge è entrata in vigore a maggio e proprio ora stiamo verificando come viene applicata».
Resta un problema strutturale: molte scuole una palestra non ce l’hanno.
«Il dato clamoroso è che quasi il 60% delle scuole italiane non ha una palestra. Questa legge non può costruirle: può aprire quelle che esistono, migliorarle e renderle più utilizzabili. E in alcuni casi, negli istituti provvisti di strutture, chiamarle palestra è già un atto di incoraggiamento».
Perché in Italia scuola e sport continuano a viaggiare su binari diversi?
«È un tema gigantesco. Nelle prime tre classi della primaria non c’è ancora un insegnante specialista di educazione motoria. Siamo tra i Paesi europei con meno ore dedicate all’educazione fisica e siamo indietro anche sull’impiantistica. E quando parlo di cultura sportiva non penso solo al movimento, ma anche a ciò che lo sport può insegnare».
Eppure l’Italia continua a vincere.
«Io arrivo dallo sport di vertice, quindi può immaginare se non ami vedere l’Italia vincere. Ma il paradosso è questo: siamo in testa nei medaglieri e ultimi nella diffusione della pratica sportiva. Per vincere molte medaglie si può investire tanto su pochi atleti e poche discipline. Lo Stato, però, deve occuparsi di tutti gli altri».
Cioè dello sport per tutti.
«Esatto. Della pratica di base, dello sport a scuola e anche nella terza età. Perché la sedentarietà diventa patologia e la patologia diventa un costo per il Servizio sanitario nazionale. Servono politiche pubbliche».
In Italia quel vuoto è stato spesso riempito dalle società sportive.
«E dobbiamo dire loro un enorme grazie. Ma c’è un effetto collaterale: una società deve 2828fare tesserati e tende quindi ad avviare molto presto i bambini alla propria disciplina. Minivolley, minibasket, minirugby, minicalcio: rischiamo di specializzare troppo presto».
Perché è un problema?
«Perché magari si individua il talento, ma gli altri novantanove? Se si pratica una sola disciplina dai cinque ai tredici anni e poi si scopre di non essere abbastanza bravi, il rischio di abbandono è davvero molto alto. E più abilità motorie si sviluppano da bambini, più possibilità ci sono di diventare atleti completi. Sinner prima del tennis giocava a calcio e sciava, Federer ha praticato molti sport, Giannelli fino a tredici anni giocava a calcio».
Quindi la scuola dovrebbe essere il primo luogo nel quale garantire il diritto allo sport?
«Sì. Se la Costituzione riconosce il valore educativo e sociale della pratica sportiva, dobbiamo pensare prima di tutto a chi lo sport non può permetterselo. L’accesso più democratico resta proprio quello della scuola. Le società possono fare cose straordinarie, ma devono trovare una propria sostenibilità economica. La scuola, invece, è di tutti».
Le medaglie, conclude Berruto, restano «meravigliose, emozionanti», ma non bastano a misurare la cultura sportiva di un Paese. La sfida è fare in modo che dietro i pochi che salgono sul podio ce ne siano molti di più che continuino a correre, nuotare, saltare, giocare, facendo dello sport un’abitudine quotidiana. Anche senza diventare campioni.