Adiciotto anni si può diventare campioni del mondo e avere comunque un appuntamento ordinario ad aspettarti: a settembre ricomincia la scuola. Alberto Veglia sembra tenere insieme le due cose con sorprendente naturalezza. Prima l’oro europeo, poi quello iridato nell’inseguimento a squadre in Belgio; adesso di nuovo la strada e, tra pochi giorni, la quinta superiore al Guala di Bra. Cheraschese, un metro e 95, oltre ventimila chilometri in bicicletta in una stagione, Veglia è uno dei talenti più interessanti del ciclismo italiano. Eppure, quando gli si parla dei campioni ai quali guarda, Van der Poel ed Evenepoel, mette subito le mani avanti: «Quello è un altro livello». Piedi per terra, insomma. Anche perché la bicicletta, prima di diventare medaglie e maglia iridata, in casa Veglia era una passione di famiglia.
Quanto c’è di papà Riccardo nel ciclista che è diventato?
«Tantissimo. Ho iniziato nelle categorie giovanili, da G3, proprio grazie a lui. Papà ha corso fino alle categorie dilettantistiche e poi ha continuato ad andare in bicicletta per divertimento. Mi ha trasmesso questa passione e ho cominciato con lui».
Quando ha capito che poteva nascere qualcosa di più importante?
«Da giovanissimo e da esordiente era soprattutto un gioco. Poi ho iniziato gradualmente a prendermi più sul serio, pur continuando a divertirmi. Verso la fine della categoria Allievi ho capito che poteva esserci qualcosa; da Junior, invece, ho cominciato a fare le cose “molto seriamente”».
Molto seriamente significa anche allenarsi a Montichiari e conciliare sport e scuola. Come ci riesce?
«Ho finito la quarta in Amministrazione, finanza e marketing e a settembre inizierò la quinta. Qualche difficoltà c’è, soprattutto per le assenze: durante l’anno vado a Montichiari una volta alla settimana, qualche volta due, e prima di Europei e Mondiali ci sono stati ritiri anche di una o due settimane. I professori mi aiutano a organizzare verifiche e interrogazioni: non mi regalano niente, naturalmente, ma mi vengono incontro. E anche i compagni mi sostengono molto».
Europeo e Mondiale nel giro di poche settimane. Riesce già a rendersi conto di quello che ha fatto?
«Sono risultati che danno una soddisfazione enorme, ma cerco di mantenere i piedi per terra. So che c’è ancora tantissimo lavoro da fare e che, salendo di livello, diventa tutto più difficile».
Il Mondiale lo ha vinto con il quartetto. Ma Alberto Veglia sogna anche un grande risultato individuale?
«Sì. Normalmente disputo anche specialità individuali, ma agli Europei e ai Mondiali il programma coincideva con quello dell’inseguimento a squadre e abbiamo deciso di concentrarci sul quartetto, perché era l’obiettivo più importante. In futuro mi piacerebbe sicuramente provare a raggiungere anche dei traguardi individuali, senza dimenticare quanto sia fondamentale la squadra».
Quando guarda Van der Poel o Evenepoel, pensa mai: un giorno vorrei essere lì?
«Sono i due corridori che mi piacciono di più. Arrivare a fare quello che fanno loro sarebbe ovviamente un sogno, però so che quello è un altro livello. Non voglio esagerare: bisogna restare con i piedi per terra».
Intanto, dopo oltre ventimila chilometri percorsi in un anno, Veglia continua a pedalare. La stagione su strada finirà soltanto a metà ottobre e lui ha già spostato l’attenzione sulle prossime gare: «Voglio provare a ottenere ancora qualche bel risultato». Gli si parla del futuro dopo un titolo mondiale e lui pensa al prossimo traguardo. In fondo il ciclismo insegna anche questo: per arrivare lontano bisogna prima di tutto continuare a pedalare.
Diciott’anni e il mondo davanti «Continuo soltanto a pedalare»
Il cheraschese Alberto Veglia è campione iridato juniores nell’inseguimento a squadre in Belgio, dopo l’oro europeo conquistato in Germania


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