Al centro non ci sono gli errori ma il significato che gli daremo

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Sai quel momento in cui ti accorgi di aver sbagliato e vorresti soltanto tornare indietro? Hai preso una decisione che sembrava giusta, investito energie in un progetto, scelto una persona o seguito una strada e poi, a un certo punto, qualcosa che fino a ieri aveva perfettamente senso comincia a scricchiolare.
Nel mio lavoro incontro spesso imprenditori, manager e professionisti proprio in quel punto: persone abituate a decidere e trovare soluzioni che, davanti a un errore importante, scoprono quanto sia difficile osservare ciò che è successo senza sentirsi messi in discussione insieme alla propria decisione.
Quando ho iniziato a scrivere “Sbagliando si impera”, pensavo che avrei raccontato storie di persone e imprese capaci di trasformare errori, crisi e imprevisti in occasioni di crescita, aggiungendo il punto di vista delle neuroscienze. Ed è quello che ho fatto.
Rileggendo quegli articoli, però, mi sono accorta che il punto di svolta arrivava sempre nello stesso momento: prima che cambiasse il risultato, cambiava il modo di leggere ciò che stava accadendo.
James Dyson (IDEA n. 26/2026) continuò a vedere un problema al quale gli altri si erano ormai abituati; Carlo Petrini (IDEA n. 24/2026) non lasciò che le difficoltà incontrate negli studi definissero il proprio valore; Bartolomeo Gosio (IDEA n. 14/2026) prestò attenzione a un’anomalia che avrebbe potuto archiviare come un risultato sbagliato.
Il cervello non registra gli eventi come farebbe una telecamera, li interpreta continuamente, mettendoli in relazione con il contesto, con le esperienze precedenti, con le aspettative e perfino con l’idea che abbiamo di noi stessi. Così lo stesso errore può diventare la conferma di non essere abbastanza capaci oppure un’informazione che merita di essere esplorata. Anche l’emozione con cui lo viviamo influenza ciò che riusciamo a vedere e le possibilità che prendiamo in considerazione.
È una dinamica che ritrovo ogni giorno nel coaching. La prima domanda è quasi sempre: «Come posso rimediare?». Poi, lentamente, ne emerge un’altra: «Che cosa mi sta dicendo quello che è successo?». Da quel momento il lavoro cambia profondamente.
È da qui che vorrei ripartire con questa nuova stagione, entrando un po’ di più anche nelle domande, nei dubbi e nelle emozioni che accompagnano gli errori: la paura di aver compromesso qualcosa, la tentazione di insistere perché abbiamo già investito troppo, la fatica di lasciare andare un’idea in cui abbiamo creduto, il dubbio che quell’insuccesso dica qualcosa su di noi.
Forse “Sbagliando si impera” non ha mai parlato soltanto di errori.
La storia è già successa. Quello che resta aperto è il significato che finirà per avere.