Il cane annusa il mondo e tu lo tiri come un bagaglio?

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Qual è la differenza tra un trolley e un piccolo cane al guinzaglio? Nessuna. Entrambi vengono trascinati. Ma almeno il trolley non ha emozioni, non ha desideri, non ha un cuore che accelera quando sente un odore nuovo. Il cane sì. Eppure viene tirato come un bagaglio in ritardo, come se fosse un oggetto che intralcia, un fastidio con le zampe. Lui vorrebbe annusare il mondo, fermarsi davanti a un ciuffo d’erba, decifrare i messaggi lasciati dai suoi simili, ma il suo umano ha la grazia di un addetto aeroportuale che deve chiudere il gate. Ci sono proprietari che vivono la passeggiata come una punizione: dieci minuti, pipì, pupù, rientro. L’importante non è che il cane si goda qualcosa, ma poter dire «l’ho portato fuori» con la stessa soddisfazione di chi ha compilato un modulo senza errori. Più che un’uscita è una procedura, un atto dovuto, un obbligo da sbrigare con la rapidità di chi non vede l’ora di tornare a scrollare il telefono. Il cane rallenta, prova a deviare, ma il guinzaglio si tende come una minaccia: «Muoviti». Non passeggia, viene rimorchiato, trascinato, corretto, raddrizzato, come se la sua curiosità fosse un difetto da eliminare. Eppure quei minuti sono la sua festa, il suo cinema, la sua esplorazione quotidiana, il suo modo di capire il mondo. Ma il proprietario non lo vede, non lo sente, non lo considera: ha fretta, sempre fretta, la fretta come scusa universale per non avere mai tempo per ciò che dipende da lui. Così il cane procede a strappi, un passo suo e tre dell’umano, un tentativo di fermarsi e subito la tirata, un annusare interrotto da un «dai» pronunciato con la stessa pazienza di chi trascina un sacco di patate. E allora ti chiedi perché certa gente abbia un cane: forse per sentirsi buona, forse per sentirsi moderna, forse per avere un accessorio emotivo da esibire quando serve, un trofeo di sensibilità da mostrare quando conviene, un’etichetta di empatia da indossare senza mai praticarla davvero. Intanto il cane continua a essere trattato come un oggetto, come un peso, come qualcosa che deve adeguarsi alla velocità di chi lo tiene al guinzaglio senza mai chiedersi cosa voglia davvero. E mentre lui tenta di capire il mondo un centimetro alla volta, il suo umano pensa solo a liberarsi dell’impegno, a chiudere la pratica, a tornare alla sua routine che non contempla la lentezza, la curiosità, la vita che scorre a livello del marciapiede. Ma un cane non è un trolley, non è un bagaglio da trascinare, non è un oggetto da spostare da un punto A a un punto B. È un essere vivo che chiede solo di essere accompagnato, non trascinato. Le valigie si tirano. I cani, invece, si rispettano. E se non hai tempo, voglia o attenzione per farlo, il problema non è il cane: sei tu.