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Saldi 2026 nella Granda: “camminata lenta”

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Isaldi, in teoria, dovrebbero essere una boccata d’ossigeno per il commercio dell’abbigliamento: servono a svuotare i magazzini, fare spazio alle nuove collezioni e riportare liquidità nelle casse dei negozianti. In pratica, però, il meccanismo sembra mo­strare sempre più chiaramente i suoi limiti. Tra consumatori meno propensi all’acquisto, promozioni diffuse tutto l’anno e un mercato che cambia velocemente, la tradizionale “vendita promozionale” appare oggi a molti un sistema da ripensare.
Nella Granda il tema è sentito, e non poco. Secondo Confesercenti, diversi negozianti stanno già scegliendo strade alternative ai saldi classici, puntando sulle tessere fedeltà: sconti concessi al raggiungimento di una certa soglia di spesa o di capi acquistati. È un segnale che racconta bene il momento. La prima rilevazione del Centro studi Confimprese, infatti, conferma un dato comune: gli sconti da soli non bastano a rilanciare la domanda. Dal 4 luglio, data di avvio dei saldi in quasi tutta Italia, le vendite di abbigliamento e accessori sono partite in salita, con una flessione che, seppure ancora non definitiva, viene stimata intorno al 23% rispetto allo scorso anno.
IL DATO STORICO: IN 15 ANNI INTERESSE CALATO DI 20 PUNTI
A smorzare l’interesse verso l’iniziativa sono soprattutto fattori di lungo periodo, dalla crescita dell’e-commerce alle offerte veicolate sui social media. A fronte di una quota compresa oggi tra il 50 e il 55%, il Codacons rileva che nel 2011 erano stati oltre sette su dieci gli italiani pronti a comprare prodotti contando sui prezzi di fine stagione. A pesare sono diversi fattori, a cominciare dal potere d’acquisto delle famiglie. I retailer indicano proprio questo come il principale freno ai consumi, ma non è l’unico elemento in gioco. C’è il clima, innanzitutto: le ondate di calore incidono sulle visite nei negozi di abbigliamento, comparto che risente in modo diretto dell’andamento meteorologico. Non a caso, spiegano da Confesercenti Cuneo, il primo weekend dei saldi è andato meglio perché c’era bisogno di capi più leggeri, mentre subito dopo la corsa agli acquisti si è fermata.
CAMBIA CHI COMPRA
Anche il profilo di chi compra racconta un cambiamento. La fascia più presente resta quella degli adulti tra i 45 e i 54 anni, mentre i giovani tra i 18 e i 34 anni, pur meno numerosi anche per effetto del calo demografico, rappresentano comunque circa un quarto del totale. Una fotografia che conferma come i saldi non parlino più allo stesso modo a tutte le generazioni.
LE RAGIONI DEL DECLINO
Il problema, però, non riguarda soltanto il presente. A smorzare l’interesse verso i saldi sono infatti anche trasformazioni di lungo periodo: l’avanzata dell’e-commerce, la diffusione delle offerte sui social, i pre-saldi e le promozioni continue, online e nei punti vendita fisici. Tutto questo ha finito per diluire il senso stesso della stagione degli sconti. «Per questo riteniamo che i saldi di fine stagione siano oramai obsoleti, uno strumento del tutto superato dalle opportunità offerte dal commercio moderno e da un mercato che è sempre più digitale, e per questo andrebbero aboliti definitivamente, liberalizzando il set­tore del commercio», sostiene Codacons.
CONFESERCENTI:
CAMBIARE IL PERIODO
Per Confesercenti, la soluzione non è cancellare il commercio di fine stagione, ma ripensarlo. «I saldi non sono più un motore dei consumi. A favore di consumatori e commercianti è necessaria una nuova formula», dice Nadia Dal Bono, direttrice generale di Confesercenti provincia di Cuneo. L’associazione ha avviato una raccolta firme nazionale per chiedere al Parlamento di spostare l’avvio dei saldi di almeno un mese e aggiornare così un modello ritenuto ormai superato. «In sostanza – prosegue Dal Bono – con l’andamento del 2025 si riscontra una flessione che è più evidente nel settore dell’abbigliamento e degli accessori. Di certo però, gli sconti non sono sufficienti a rilanciare la domanda. Segno evidente che il trend è cambiato e cambierà sempre di più». Dal Bono insiste anche su un altro punto: oggi la convenienza non passa più soltanto da un periodo fissato per legge. «Gli acquirenti di questo periodo cercano convenienza, giustamente, ma acquistano solo ciò che ritengono realmente necessario.
L’offerta “calmierata” è ormai presente su tutti i prodotti tutto l’anno, durante il quale è possibile utilizzare promozioni, vendite speciali o magari mirate verso un certo tipo di clientela. Dai punti accumulati ai vantaggi nel giorno del compleanno, non c’è che l’imbarazzo della scelta». Una stagione commerciale che si è fatta continua e frammentata, e che lascia sempre meno spazio all’idea dei saldi come appuntamento eccezionale. «Dispiace notare – evidenzia il direttore generale di Confesercenti – che i negozi di prossimità siano posizionati nelle ultime posizioni di scelta da parte del consumatore. È un peccato, perché oltre alla qualità del prodotto e a un diverso rapporto umano con il cliente, queste attività rappresentano anche degli importanti presidi di vitalità e sicurezza per le nostre città e per l’intera comunità. Le imprese di prossimità rappresentano un valore economico, sociale e civile. Non sono soltanto attività produttive: rendono le città più vive, accessibili, accoglienti e sicure, contribuendo ogni giorno alla qualità della vita nei territori. Dove c’è un’impresa di prossimità, c’è un presidio sociale: una vetrina accesa, una strada più frequentata, un servizio vicino alle persone, un punto di riferimento per residenti, famiglie, anziani, giovani e visitatori».
CONFCOMMERCIO: LIBERA SCELTA AGLI IMPRENDITORI
Di tutt’altro avviso Confcommercio Cuneo. «Il caldo non aiuta, ma il problema di fondo resta quello delle date, che continuano a essere contestate», osserva il presidente Danilo Rinaudo. «I saldi invernali partono il 3 gennaio, quando le festività natalizie non sono ancora del tutto concluse e molte vendite si fanno con i buoni regalo. Quelli estivi, invece, arrivano in un momento opposto, spesso con il mercato ancora poco reattivo». Rinaudo aggiunge: «Da imprenditore, non credo che si debba essere guidati o obbligati da un ente pubblico nel decidere quando e se fare i saldi. La scelta dovrebbe restare nelle mani dell’imprenditore, che è il soggetto che meglio conosce la gestione del magazzino e delle rimanenze. Spostare le date, di per sé, non risolve il problema».
Il presidente di Confcommercio chiede quindi un confronto più ampio tra associazioni di categoria e amministratori, anche perché il quadro resta complicato per i negozi in franchising e per chi opera in esclusiva di marchio. A rendere tutto più difficile concorrono inoltre il Black Friday e le promozioni diffuse lungo tutto l’anno. «Si finisce per alimentare una sorta di lotta fratricida tra operatori. E il problema dell’online, infine, resta ancora sostanzialmente irrisolto», conclude Rinaudo.
L’EUROPA ALLE AZIENDE: VIETATO DISTRUGGERE I CAPI INVENDUTI
Dal 19 luglio l’Europa ha messo un freno allo spreco nel settore tessile. Le grandi aziende non potranno più distruggere gli articoli invenduti o restituiti dai clienti: abiti, scarpe e accessori dovranno essere destinati, quando possibile, al riutilizzo, al riciclo o alla donazione. Una svolta che punta a ridurre gli sprechi e a contenere l’impatto ambientale di un comparto tra i più esposti alla sovrapproduzione. La misura nasce dal regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili e, in questa fase, riguarda le imprese di maggiori dimensioni. Dal 2030 sarà estesa anche alle aziende medie. Le imprese dovranno anche rendere pubblici i dati sulla gestione delle eccedenze, indicando quanti prodotti sono stati eliminati, per quali ragioni e quale quota sia stata avviata a riuso, ricondizionamento, riciclo o smaltimento definitivo.
PERCHÉ BRUXELLES INTERVIENE
L’intervento europeo arriva in un settore che produce ogni anno milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Negli ultimi anni il ciclo di vita dei capi si è accorciato, mentre il ritmo degli acquisti è aumentato, alimentando una montagna di scarti. Finora il costo della raccolta e dello smaltimento è ricaduto soprattutto sui Comuni e quindi sulla collettività. Con la nuova norma, invece, Bruxelles prova a spostare il peso su chi immette i prodotti sul mercato. Accanto al divieto di distruzione degli invenduti, prende forza il principio della responsabilità estesa del produttore. In sostanza, marchi della moda, produttori, importatori e piattaforme online dovranno contribuire ai costi della raccolta differenziata, della selezione, del riuso e del riciclo dei tessuti.

BaNNER
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