Quando la Val Varaita batteva il ferro

Miniere e fucine nel Marchesato di Saluzzo: patrimonio dimenticato

0
0

«Per nostra bestialità si cava il ferro, il quale nelle guerre e nelle uccisioni è perfino più gradito che l’oro». Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXIII. Per lunghi secoli il ferro fu una delle maggiori ricchezze delle nostre vallate. Nelle viscere delle montagne, dove la natura aveva celato i filoni minerari, i cuneesi diedero vita a un’intensa attività estrattiva e metallurgica che contribuì in modo considerevole allo sviluppo economico del Piemonte sud-occidentale. La ricostruzione di questa storia affascinante è stata affrontata dalla Società per gli Studi Storici, Archeologici e Artistici della Provincia di Cuneo, in particolare nel volume “Miniere, fucine e metallurgia nel Piemonte medievale e moderno”, che ha restituito dignità storica a un patrimonio per lungo tempo dimenticato. Favorita dall’abbondanza di boschi, indispensabili per la produzione del carbone di legna, dalla presenza di corsi d’acqua capaci di muovere mantici e magli e dall’affiorare di minerali ferrosi, la provincia di Cuneo vide svilupparsi, tra il Medioevo e il Cinquecento, una vera protoindustria del ferro. Il minerale veniva estratto da modeste miniere alpine, frantumato, lavato e fuso nei bassi fuochi secondo il tradizionale metodo catalano. Il metallo, liberato dalle scorie mediante ripetute battiture, alimentava una fitta rete di fucine disseminate lungo i torrenti. Tra tutte le vallate, la Val Varaita occupò un posto di assoluto rilievo. Le miniere di Bellino, Sampeyre e del territorio di Rore, documentate già nel Quattrocento, rifornivano le ferriere di Venasca, Brossasco, Melle e Sampeyre, formavano uno dei più importanti distretti siderurgici del Marchesato di Saluzzo. Nel XVI secolo le fucine si moltiplicarono: come sempre dagli Statuti comunali, che disciplinavano con precisione l’attività dei fabbri, ricaviamo informazioni sull’importanza raggiunta da questa economia. Attorno al ferro si affermarono mestieri specializzati: si fabbricavano utensili agricoli, chiodi, attrezzi, campane, spade e coltelli, mentre Cuneo divenne un rinomato centro di coltellinai, i cui manufatti varcarono i valichi alpini raggiungendo anche i mercati della Provenza. Accanto al ferro si sviluppò, nel Cinquecento, lo sfruttamento dell’allume e del vetriolo, risorse preziose per la concia delle pelli e per la tintoria, che richiamarono l’interesse diretto dei marchesi di Saluzzo e di imprenditori forestieri. Le vallate alpine conobbero così una stagione di prosperità, nella quale miniere, boschi, fucine e corsi d’acqua formarono un sistema produttivo ben coordinato. L’antica siderurgia alpina iniziò tuttavia a declinare tra Sette e Ottocento, quando la grande industria, alimentata dal carbone fossile e dagli altiforni, rese progressivamente antieconomiche le piccole ferriere di montagna. Nel Novecento le miniere cessarono definitivamente la loro attività. Quel che ci rimane sono gli imbocchi delle gallerie, i ruderi delle fucine e le tracce delle opere idrauliche, a ricordo di un territorio che per secoli risuonò del battere dei magli e del soffio dei mantici. È un patrimonio di archeologia industriale, che conserva la memoria di una delle più significative esperienze di artigianato avanzato dell’arco alpino piemontese.