Lo Scriba contemporaneo che ti accoglie a Gradara

Stefano Gelao e l’arte della scrittura: una cometa che attraversa la nostra esistenza, lasciando su carta una traccia di ciò che siamo

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Varcando l’arco d’ingresso di Gradara si può incontrare un uomo in abiti del tardo Quattrocento che recita Dante dalla finestra di una torre. È Stefano Gelao, per tutti “lo Scriba”, custode della memoria del borgo. Realizza pergamene e manoscritti con tecniche antiche e, nel suo laboratorio Scritto a Mano, racconta una passione diventata scelta di vita. «Galeotto fu Kabir Bedi con “Il Corsaro Nero”. Ricordo il giorno in cui nacque il mio amore per pennino e calamaio: il 16 giugno 1982, alla fiera di Recanati. Avevo poco più di quattro anni. Chiesi a mio padre un pennino e un calamaio. Mi disse: “Non sai scrivere”. Risposi: “Non so scrivere, ma so inventare”. Me li regalò: era l’unico modo per tenermi fermo». Poco dopo arrivò l’arte. «Fu nello Studiolo di Federico da Montefeltro, a Urbino, che capii di non poter vivere senza bellezza. La calligrafia è musica per gli occhi: come nella musica contano le pause, nella scrittura contano gli spazi bianchi. Ogni stile ha il suo ritmo». Per anni la calligrafia rimase un hobby. «Lavoravo nell’informatica finché, nel 2015, vidi la distruzione dei reperti di Baghdad e di Palmira. Il mio eroe era Khaled al-Asaad, ucciso perché non rivelò dove aveva nascosto i reperti. Mi chiesi: se qualcuno è disposto a morire per la bellezza, io non sarò disposto a viverci? Da allora cerco di far innamorare più persone possibile di ciò per cui lui diede la vita».
L’esperienza nello Scriptorium di Recanati gli insegnò come trasformare un mestiere antico in una professione contemporanea. «Dissi al Magister che avrei spazzato i pavimenti pur di imparare osservando. Non volevo solo scrivere: volevo capire come far vivere oggi quest’arte». Poi arrivò Gradara. «Sono uno scriba mancino e ho dovuto imparare a scrivere quasi al contrario per non sbavare l’inchiostro. Per trovare il mio mondo ho dovuto rovesciare il mondo. Qui ho trovato amici veri. Oggi sono metà bottegaio e metà scriba: quando il commercio rischia di soffocare lo scriba, continuo a giocare con le parole e a rievocare il dolce stil novo anche nel parlato». La sua idea di arte è chiara: «La bellezza nasce quando il talento si mette al servizio della natura e non dell’ego. Oggi si celebra spesso il nome più dell’opera. Penso a Michelangelo: avrebbe preferito scolpire la tomba di Giulio II, ma dalla Cappella Sistina nacque un capolavoro. Allora mi chiedo: “Stefano, sei forse più grande di Michelangelo?”. La risposta è sempre no. La mia mano non esiste per essere ammirata, ma per essere messa al servizio. È questo il vero mestiere dell’artista».