Il summer camp degli Anni ’80 erano i nonni. Nessuna iscrizione, niente piscina, né spettacolo finale. Venivi spedito a giugno e rivedevi i tuoi genitori mesi dopo, ti eri riposato e annoiato così tanto che tornare a scuola era una festa. Le mie amiche andavano al Sud, sulle spiagge calabresi o sarde, dove un’orda di cuginette le aspettava per fare il bagno. Io andavo a Bene Vagienna, sette chilometri da casa, dove mi attendeva un’orda di persone giovani da un po’: le mie due prozie, mio nonno e nonna Rina, comandante in capo dell’allegra brigata. Passavo le giornate a fare “giochi di realtà” montessoriani, ovvero guardavo gli altri fare semplicemente la loro vita. Non era difficile: i nonni e le zie erano indaffarati e soprattutto erano sempre a casa. La mattina iniziava sempre uguale: zuppa di latte fatta con pane secco tagliato a fettine. Poi, sullo stesso tavolo, io tiravo fuori i compiti e mia nonna l’asse di legno su cui iniziava a tritare erbe, sminuzzare cipolle, sezionare conigli e polli. La mattina passava tra temi, operazioni e ricette. Ogni tanto aiutavo a rollare gli gnocchi sulla forchetta, riquadrare gli agnolotti o girare la manovella per i tajarin. Pasta fresca obbligatoria una volta a settimana. Quando arrivava mio nonno per pranzo ero io che correvo in cantina per il pintùn del Dolcetto o per recuperare le mele, solo quelle già “un po’ tacà”, per non sprecare. A seguire, grande torneo di scopa e poi telenovela brasiliana. Quindi riposino tra lenzuola di cartavetro, seguito da gioco libero sul tavolo: puzzle o colorare, mentre mia nonna cuciva accanto alla finestra. A volte scendevo sul bastione rovente davanti a casa. Duemila gradi e nemmeno un bambino, tranne Mauro, il figlio del vicino, con cui giocavamo a correre, a nascondino o a niente. Stavamo lì a ciondolare, sempre sotto il sole a picco, senza crema solare. Poi c’era l’orto, regno di mio nonno. Lì annaffiavo, zappavo, raccoglievo le susine, ammiravo nonna Rina in piedi su una sedia, accanto all’amato albero, che tagliava con le forbici i calabroni in volo. Nonna Rina, la mia animatrice e un mentore motivazionale. «A fare le cose bene e male ci metti lo stesso tempo: falle bene». E «spegni la luce, chiudi l’acqua, mangia con il pane!», recitati come un rosario. Martedì c’era il mercato e andavamo a comprare il formaggio con i vermi che scappava via appena aperto il pacchetto. Era l’unico momento sociale della settimana, poi tornavamo a tumularci in casa, con le persiane chiuse perché «poi arriva il caldo», a nutrirci di carpione e fiori di zucchini fritti. Mi annoiavo? Forse sì. Anzi, certo che sì. Ma se penso ai giorni più rilassanti della mia vita torno in quella cucina oscurata e fresca, con mia nonna sempre a casa, gli zucchini al brusco fissi nel frigo, e a quel tavolo che era sala da pranzo, scrivania, bisca clandestina e base d’appoggio dello chef: quel punto esatto su cui ruotavano tutte le nostre estati e l’intera programmazione dei summer camp degli Anni ’80.


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