La provincia di Cuneo non è un territorio che invecchia soltanto. È, piuttosto, un luogo che prova a restare in equilibrio tra generazioni diverse, con un capitale sociale ancora forte ma attraversato da fragilità nuove: meno nascite, più persone sole, servizi che fanno fatica a seguire i mutamenti della società. Francesco Billari, demografo e rettore dell’Università Bocconi di Milano, legge questi numeri come segnali da interpretare, non come sentenze.
Professore, la provincia di Cuneo ha il 12,1% di popolazione tra 0 e 14 anni: è poco, ma è la quota più alta del Piemonte. Che cosa dice questo dato?
«È un dato importante, perché va letto nel confronto con il contesto. La provincia di Cuneo invecchia, come il resto d’Italia, ma lo fa più lentamente rispetto ad altre aree piemontesi. Il 12,1% resta una quota bassa, però segnala che qui la presenza dei giovani è ancora relativamente più viva. La tendenza, però, è in discesa: vent’anni fa i ragazzi erano di più. Quindi non siamo davanti a un’inversione, ma a un rallentamento del declino. E questo, per un territorio, fa differenza».
In territori piccoli e diffusi, lo spopolamento si manifesta spesso nella chiusura di scuole e servizi. L’invecchiamento è davvero il problema principale?
«No, non lo è in sé. L’invecchiamento è una conquista della società moderna, perché vivere più a lungo è un fatto positivo. Il problema nasce quando il rapporto tra le età si sbilancia troppo: pochi giovani e molti anziani. In quel caso aumentano le difficoltà economiche, sociali e organizzative. Nelle comunità piccole questo squilibrio si sente subito, perché basta la chiusura di una scuola o la perdita di un servizio per spezzare un equilibrio già fragile».
Che cosa significa, allora, ricucire il legame tra generazioni?
«Significa smettere di pensare ai bisogni delle età come compartimenti separati. Servono servizi, spazi e iniziative capaci di mettere in relazione giovani, adulti e anziani. È una questione pratica ma anche culturale: la cura non può restare solo dentro la famiglia nucleare, deve diventare un fatto di comunità. Se si riesce a tenere insieme le generazioni, la lunga vita non diventa un peso, ma una risorsa condivisa».
La provincia di Cuneo conta anche un certo numero di stranieri residenti. Quanto pesano nel quadro demografico?
«Pesano molto. Sul territorio provinciale si conta all’incirca 1 straniero ogni 8,1 residenti, con un’incidenza percentuale che tende ad attestarsi su valori simili alla media regionale, ovvero intorno al 10%-11% (oltre 63 mila persone della popolazione complessiva). Senza gli stranieri, il calo sarebbe più forte e molte imprese avrebbero più difficoltà a trovare manodopera. Ma c’è di più: tra i giovani la presenza straniera è significativa e contribuisce alle nascite. Questo cambia anche il volto delle famiglie, perché molte di quelle con bambini non hanno qui una rete larga di parenti, non hanno i nonni. La sfida, allora, è costruire integrazione vera: non solo nel lavoro, ma nella vita quotidiana delle comunità».
Un altro dato che colpisce è quello delle persone sole: il 38% dei nuclei familiari. È un segnale preoccupante?
«Lo è, se lo leggiamo in rapporto al territorio. Vivere da soli non significa per forza sentirsi soli, ma in aree con molti comuni, frazioni e distanze, il rischio di isolamento cresce. Qui contano molto i trasporti, i servizi, la capacità di collegare luoghi e persone. Anche la tecnologia può aiutare, ma non basta: serve una rete sociale che tenga dentro chi è più fragile o meno mobile».
Le imprese possono fare la loro parte?
«Assolutamente sì. Devono imparare a guardare ai lavoratori non solo come forza produttiva, ma come persone che hanno una vita, una casa, una famiglia, o il desiderio di costruirla. Se un’impresa aiuta il radicamento sul territorio, aiuta anche il territorio a restare vivo. E può farlo anche innovando: molte soluzioni pensate per una società che invecchia saranno utili ovunque, perché il mondo intero va in quella direzione».
Perché oggi si fanno meno figli?
«Perché diventare genitori è una scelta molto più consapevole e definitiva di un tempo. Oggi si fanno figli quando c’è fiducia nel futuro, stabilità economica, servizi adeguati, possibilità di conciliare lavoro e cura. In Italia questa cornice è ancora debole: i nidi sono insufficienti, il sostegno alle famiglie non basta, e spesso servono due redditi per reggere. Non basta chiedere alle persone di fare figli: bisogna metterle nelle condizioni di poterlo fare davvero».
Da dove cominciare, allora?
«Da una visione più ampia. I comuni devono fare rete, le imprese devono considerare la dimensione familiare dei lavoratori, le comunità devono coltivare relazioni tra generazioni diverse. È questo il punto: tenere insieme il presente e il futuro. Nella Granda, oggi, questa è forse la sfida più importante».
«Il futuro della Granda? Conterà la connessione tra generazioni»
Francesco Billari, demografo e rettore della Bocconi, legge il territorio come un laboratorio: più anziani, meno figli, molti single, stranieri decisivi


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