«Più della perestrojka, forse fu Černobyl’ la vera causa del collasso dell’Unione Sovietica». Quando Michail Gorbačëv affidò questa riflessione alle sue memorie, non stava attribuendo a un reattore il crollo di una superpotenza. Stava riconoscendo che, nella notte del 26 aprile 1986, era esplosa soprattutto l’idea di un sistema infallibile. Per la prima volta il mondo vide una tecnologia simbolo della Guerra fredda sfuggire al controllo e uno Stato incapace di raccontare la verità. Da quel giorno, il nome di Černobyl’ non identifica soltanto un luogo dell’Ucraina: è diventato il paradigma stesso del rischio nucleare.
Quasi quarant’anni dopo, la pluripremiata serie Chernobyl di Hbo e Sky ha riportato quella vicenda al centro dell’immaginario collettivo. Milioni di spettatori hanno scoperto la storia di Aleksandr Akimov, Leonid Toptunov, Anatolij Djatlov, dei vigili del fuoco e dei tecnici che, fino all’ultimo, continuarono a combattere un nemico che non riuscivano ancora a comprendere. La forza della serie non sta soltanto nella ricostruzione storica, ma nell’aver ricordato che dietro la parola “nucleare” esistono persone, decisioni, errori, competenze e responsabilità.
L’incidente nasce durante un test di sicurezza sul reattore Rbmk-1000 della centrale Vladimir Il’ič Lenin. Una configurazione operativa instabile, alcune procedure violate e un difetto progettuale delle barre di controllo trasformano il pulsante di arresto d’emergenza Az-5 nel detonatore di una reazione incontrollata. In pochi secondi il nocciolo raggiunge una potenza decine di volte superiore a quella prevista, due esplosioni distruggono il reattore e il combustibile nucleare, mescolandosi a grafite, acciaio e cemento, dà origine al corium, una massa incandescente destinata a fondere lentamente le strutture sottostanti. Per anni quel percorso rimase soltanto un’ipotesi. La conferma arrivò grazie alle perforazioni eseguite sotto il reattore distrutto. Nel foro di sondaggio 3.9.K, scavato all’interno della soletta del locale 305/2, i tecnici registrarono un improvviso aumento della radioattività negli ultimi metri della perforazione. I campioni estratti confermarono la presenza del combustibile fuso, ricostruendo con precisione il cammino seguito dal corium all’interno dell’edificio. Ancora oggi quelle misurazioni rappresentano una delle prove più importanti per comprendere la dinamica dell’incidente e spiegano perché il disastro di Černobyl’ continui a essere studiato nelle università e nei centri di ricerca di tutto il mondo. Mentre fisici e ingegneri cercavano di capire che cosa fosse successo dentro il reattore, il resto del pianeta ignorava ancora tutto. Fu la centrale nucleare svedese di Forsmark, il 28 aprile, a far comprendere che qualcosa di enorme era accaduto oltre la Cortina di ferro. I controlli radiologici rilevarono contaminazione sugli indumenti dei lavoratori. Solo dopo aver escluso un problema interno, gli svedesi puntarono lo sguardo verso l’Unione Sovietica. Mosca fu costretta ad ammettere l’incidente. In piena Guerra fredda, il silenzio iniziale pesò quasi quanto l’esplosione stessa. Černobyl’ diventò così non solo un fallimento tecnologico, ma anche una crisi politica che accelerò la stagione della glasnost e contribuì a incrinare la fiducia nel sistema sovietico.
Venticinque anni dopo, il mondo si trovò davanti allo stesso incubo. Ma con tecnologie, procedure e conoscenze profondamente diverse. L’11 marzo 2011, un terremoto di magnitudo 9 seguito da uno tsunami provocò il secondo grande incidente nucleare della storia, nella centrale giapponese di Fukushima Daiichi. Anche in quel caso tre reattori subirono la fusione del nocciolo. Le immagini delle esplosioni fecero subito riaffiorare il fantasma di Černobyl’. Eppure le analogie finiscono quasi qui.
A Fukushima furono il terremoto e lo tsunami a provocare quasi ventimila vittime; secondo le valutazioni degli organismi internazionali, non si registrarono decessi civili attribuiti all’esposizione acuta alle radiazioni dell’incidente nucleare. In venticinque anni erano cambiati i reattori, i sistemi di contenimento, la cultura della sicurezza e la gestione delle emergenze.
Non abbastanza da evitare un incidente gravissimo, ma sufficientemente da impedirne conseguenze paragonabili a quelle del 1986. Anche il lungo processo di bonifica racconta questa evoluzione. A Fukushima, dopo oltre un decennio di lavori, il Giappone continua a decontaminare il sito e a gestire milioni di tonnellate di acqua utilizzata per il raffreddamento dei reattori. L’acqua, trattata dal sistema Alps, contiene ancora trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno. Il suo rilascio graduale in mare, autorizzato dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica dopo la diluizione entro limiti considerati sicuri, ha alimentato proteste diplomatiche e timori nell’opinione pubblica.
Ancora una volta, la discussione si è mossa su due piani diversi: quello delle evidenze scientifiche e quello della percezione del rischio. È forse questa la vera eredità di Černobyl’. Il disastro del 1986 ci ha insegnato che la tecnologia può fallire e che il segreto non protegge mai dalla realtà. Fukushima ha mostrato che la tecnologia può anche imparare, migliorare e ridurre enormemente le conseguenze di eventi estremi.
Tra questi due poli continua a muoversi il dibattito sul nucleare, oggi tornato d’attualità di fronte alla sfida della decarbonizzazione e della sicurezza energetica, con oltre 440 reattori oggi in funzione nel mondo.
Decidere se e quale ruolo attribuire all’energia atomica resta una scelta politica e sociale. Per affrontarla servono memoria, conoscenza e dati. Perché la paura è un’emozione necessaria, ma da sola non basta a costruire una scelta consapevole, in un mondo chiamato a ripensare il proprio futuro energetico.
«Quando esplose l’infallibilità» E cambiò la storia del nucleare
Da Černobyl’ a Fukushima: due incidenti che hanno cambiato tecnologia, politica e percezione del rischio, influenzando il dibattito sull’energia atomica


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