«Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare»

Nucleare sì o no? Dal sondaggio YouTrend al caso Entracque: il metodo di Luigi Einaudi resta la bussola migliore per affrontare il dibattito sull’energia

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«Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare». Luigi Einaudi condensava in queste parole un principio che andava oltre la politica. Era un metodo: costruire le decisioni partendo dai fatti, non dalle convinzioni. Una bussola ancora attuale per affrontare il dibattito sul nucleare. Il sondaggio realizzato da YouTrend per Sky Tg24 racconta un’Italia apparentemente pronta a riaprire la discussione sull’energia atomica. Il dato più interessante, però, non è il consenso complessivo, ma la sua distribuzione. Tra gli elettori del centrodestra prevalgono nettamente i favorevoli, mentre nell’area progressista il giudizio è molto più prudente. Più che una scelta energetica, il sondaggio fotografa un tema ancora fortemente influenzato dalle appartenenze politiche. Ma un sistema elettrico non funziona secondo gli schieramenti: funziona secondo numeri, tecnologie e investimenti. Il primo dato riguarda il contesto europeo. L’Italia è l’unico grande Paese industriale dell’Europa occidentale ad aver rinunciato al nucleare senza sostituirlo con un’altra fonte programmabile. Oggi il sistema elettrico nazionale continua a dipendere soprattutto dal gas naturale, che rappresenta circa il 44% della produzione di elettricità. L’idroelettrico resta la principale fonte rinnovabile con 52 TWh annui, seguito dal fotovoltaico (35), dall’eolico (22) e dalle bioenergie (16), mentre circa 50 TWh vengono importati dall’estero. Nel frattempo la domanda di energia elettrica è destinata a crescere: secondo lo scenario del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), passerà dagli attuali 300 TWh a circa 400 nel 2040, fino a sfiorare i 600 TWh nel 2050. Il confronto con gli altri Paesi spiega perché il dibattito italiano non possa essere ridotto a un semplice “sì” o “no”. La Francia produce circa due terzi dell’elettricità grazie al nucleare e beneficia di un parco impianti ormai ammortizzato. La Germania ha chiuso i reattori, puntando soprattutto su rinnovabili e carbone. La Spagna ha costruito un mix più equilibrato tra nucleare, gas e fonti rinnovabili. Strategie differenti che riflettono storia industriale, disponibilità di risorse e scelte politiche.
Quel mix non incide soltanto sulla sicurezza degli approvvigionamenti, ma anche sulla competitività. L’energia rappresenta uno dei principali fattori di costo per il sistema produttivo europeo e, di conseguenza, condiziona investimenti, occupazione e capacità di competere sui mercati internazionali. È per questo che il confronto sul nucleare non può essere separato da quello sulle bollette: il prezzo finale dell’elettricità non riguarda soltanto le famiglie, ma determina anche la forza dell’industria manifatturiera, soprattutto nei territori a maggiore vocazione produttiva come la provincia di Cuneo. Anche il costo dell’energia racconta una realtà meno intuitiva di quanto si creda. Secondo le elaborazioni su fonte Eurostat, una piccola o media impresa italiana non energivora sostiene un costo medio di 253,5 euro per megawattora, tra i più elevati d’Europa. La materia prima pesa per 130,7 euro; il resto della bolletta è costituito da trasmissione e dispacciamento (19,8 euro), oneri per le rinnovabili (39,7 euro), altri oneri (28,5 euro) e Iva (34,8 euro). Quasi la metà del costo finale, dunque, non dipende dall’energia prodotta, ma dagli oneri di sistema e dalla fiscalità. È questo uno dei principali elementi che penalizzano la competitività italiana. Il nucleare, quindi, non rappresenterebbe da solo la soluzione al problema. Potrebbe contribuire a ridurre la dipendenza dal gas e a stabilizzare il prezzo dell’elettricità, ma non eliminerebbe il peso degli oneri e della struttura fiscale che incidono sulle bollette. Non a caso anche le proposte elaborate da Confindustria si muovono su più fronti: incremento delle rinnovabili, valorizzazione dell’idroelettrico, riduzione degli oneri di sistema, nuovi investimenti e, all’interno di questo quadro, il possibile contributo del nucleare di nuova generazione. Lo studio stima, in questo scenario, un risparmio potenziale di circa 17 miliardi di euro in bolletta, oltre 50 miliardi di investimenti e 120mila nuovi posti di lavoro. Si tratta, naturalmente, di valutazioni elaborate nell’ambito di una proposta industriale e non di risultati acquisiti.
Il dibattito nazionale, però, incrocia anche la provincia di Cuneo. Se una delle sfide decisive della transizione energetica è l’accumulo, la Granda dispone da decenni di una risposta concreta. La centrale idroelettrica Luigi Einaudi di Entracque, la più grande d’Italia, non produce soltanto energia: la immagazzina. Nelle ore di minore domanda utilizza l’elettricità disponibile per riportare l’acqua nei bacini superiori; quando la rete richiede nuova potenza, la stessa acqua ridiscende attraverso le turbine producendo elettricità. È il principio del pompaggio idroelettrico, oggi considerato uno dei sistemi più efficaci per accumulare energia su larga scala e compensare l’intermittenza delle fonti rinnovabili. Non è soltanto un primato tecnologico. È anche la dimostrazione che la provincia di Cuneo possiede un patrimonio energetico spesso poco conosciuto. Una quota significativa della produzione provinciale proviene infatti dall’idroelettrico, la principale fonte rinnovabile italiana e, grazie a impianti ormai ammortizzati, una delle più competitive dal punto di vista economico. Il nucleare continuerà a dividere l’opinione pubblica. È inevitabile. Ma una scelta di questa portata non può nascere da appartenenze politiche o suggestioni emotive. Richiede dati, confronto e consapevolezza. In fondo, il metodo resta quello indicato da Luigi Einaudi quasi un secolo fa: prima conoscere, poi discutere, poi deliberare.