Il saggio di Donatella Signetti, “Perché abbiamo bisogno della Dea”, nasce proprio da questa domanda: che cosa abbiamo perduto quando la Dea, figura originaria del sacro, è stata progressivamente rimossa dalle nostre narrazioni? Non si tratta di un’operazione nostalgica né di una rivendicazione ideologica. Signetti ci accompagna, con gli strumenti della mitologia, dell’archeologia, della psicologia e dell’antropologia, verso una scoperta più radicale: la Dea non è soltanto un’antica divinità, ma il simbolo di un modo diverso di abitare il mondo, fondato sulla relazione, sull’interdipendenza e sulla percezione della vita come un’unica trama vivente.
Negli ultimi mesi questa rubrica ha incontrato il diavolo di Bulgakov, il dubbio di Saramago, il male di Lagioia, il Minotauro di Donna Tartt. Abbiamo attraversato il labirinto della coscienza convinti che solo guardando le nostre ombre fosse possibile comprendere chi siamo. Signetti compie il movimento successivo. Dopo essere scesi negli inferi, ci invita a risalire.
La sua Dea ricorda Demetra che cerca instancabilmente Persefone, Arianna che consegna il filo prima ancora dell’eroismo di Teseo, Atena che insegna la sapienza prima della guerra. Non sono figure da venerare, ma metafore interiori. Ognuna custodisce una parte dimenticata di noi stessi. Il mito, allora, smette di essere un racconto sul passato e torna ad essere una mappa dell’anima.
Forse è proprio questo il significato più profondo del libro. Cercare la Dea significa cercare il divino che abita l’uomo, quella parte che la modernità, ossessionata dalla prestazione, dalla velocità e dalla competizione, ha progressivamente relegato ai margini. Non un Dio esterno che giudica, ma una presenza interiore che connette. Non una fede, ma una consapevolezza.
È impossibile non pensare, leggendo queste pagine, al Pavese Festival, dove domenica 28 giugno l’autrice ha dialogato con Francesca Martino per connettere il suo studio a “Ritorno all’uomo”, il tema della rassegna pavesiana per il 2026. Ritornare all’uomo significa infatti ritornare alla sua complessità, riconoscere che siamo fatti tanto di ragione quanto di immaginazione, di tecnica quanto di simbolo. Senza il mito, l’essere umano diventa soltanto funzione; senza interiorità, diventa consumo.
La Dea di Donatella Signetti non ci chiede di tornare indietro. Ci invita piuttosto a ricordare ciò che avevamo dimenticato: che la nostra umanità non cresce dominando il mondo, ma riconoscendo di appartenervi. E forse è proprio questo il più antico e il più moderno dei miti: quello che ci riporta, finalmente, a casa.


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