La nuova rassegna di incontri promossa dalla nostra rivista, “IDEA Talks”, parte giovedì 9 luglio alle 17,30 al Castello comunale Falletti di Barolo. Il titolo è allettante: “Scelte coraggiose per un Paese da risvegliare” e fa il paio con l’argomento del libro del primo ospite, Petro Senaldi, condirettore di “Libero”: “Sveglia! Le bugie che ci impoveriscono, le verità che ci arricchiranno”. Un dialogo serrato su economia, politica, giornalismo che sarà preceduto dagli interventi di Alberto Cirio, presidente della Regione Piemonte e di Liliana Allena, responsabile della Barolo & Castles Foundation. A seguire il talk al quale parteciperanno Luca Robaldo, presidente della Provincia di Cuneo e sindaco di Mondovì, e Luigi Giordano, presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Cuneo e Managing Director di Giordano & C. Spa – VINCI Energies Italia.
Direttore Senaldi, qual è, oggi, il cambio di mentalità di cui gli italiani avrebbero bisogno?
«L’Italia, prima di tutto, deve liberarsi da un eccesso di ideologia e da una certa pigrizia pratica. Troppo spesso il dibattito pubblico si concentra su formule, bandiere e appartenenze, mentre i problemi veri sono economici, strutturali, concreti. Credo che il Paese dovrebbe imparare a guardare prima alla sostanza e poi alle formule politiche. Perché se non hai un’economia sana, finisci per discutere soltanto di come distribuire risorse che non possiedi».
Nel libro si parla anche della campagna elettorale che verrà?
«In parte sì. Perché il punto è proprio questo: la politica continua a muoversi su un terreno troppo astratto, mentre i temi decisivi sarebbero altri: competitività, investimenti, innovazione, produttività. L’Occidente non sta vivendo una crisi di sistema nel senso ideologico del termine, sta pagando invece i ritardi accumulati, la globalizzazione subita e la scarsa capacità europea di investire in tecnologia e sviluppo. Sono questi i nodi che dovrebbero dominare una campagna elettorale seria».
Nel suo ragionamento torna spesso il tema dei giovani e dell’emigrazione.
«Sì, perché i giovani se ne vanno non solo per gli stipendi bassi o per le poche opportunità, ma anche per una ragione più profonda: non vogliono accollarsi debiti che non sentono loro. Se una generazione percepisce di dover pagare il conto di errori fatti da altri, è naturale che cerchi altrove il proprio futuro. E vale anche per l’immigrazione: non siamo più così attrattivi come un tempo. Non arrivano i profili migliori, ma spesso solo chi cerca una via d’uscita».
Uno dei punti più delicati del libro: il mito del “piccolo è bello”.
«Sia chiaro: le piccole imprese sono lo scheletro della nostra economia. Ma da sole non bastano a far ripartire un Paese moderno. Servono capitali, dimensione, capacità di innovare, di fare rete. Le piccole aziende faticano a sostenere da sole ricerca e sviluppo, e spesso non hanno la forza di consorziarsi».
E sui salari?
«I salari sono bassi, ma bisogna dirlo con onestà: gli stipendi riflettono il valore di ciò che un Paese produce. Se aumenti i salari senza aumentare la produttività, il rischio è l’inflazione. Alla fine nominalmente guadagni di più, ma in termini reali guadagni meno. Il punto non è distribuire illusioni, ma creare valore. E il valore nasce da investimenti, innovazione, qualità, organizzazione».
La provincia di Cuneo, però, con la sua forte presenza di pmi, sembra confermare la centralità del tessuto produttivo diffuso.
«Ed è vero: quel modello ha rappresentato e rappresenta una grande ricchezza. Ma oggi non basta più da solo. Le piccole e medie imprese sono fondamentali, però hanno bisogno di un ecosistema più solido intorno a sé. Servono reti, capitali, politiche che favoriscano l’ingresso di imprese più strutturate, capaci di trainare il sistema. Il futuro non è nella contrapposizione tra piccolo e grande, ma nella capacità di farli lavorare insieme».
Quali sono le leve per tornare a crescere davvero?
«Nel breve periodo il turismo può essere una leva molto importante, ma va organizzato in modo sistemico, come fanno altri Paesi. L’Italia ha un patrimonio straordinario, però lo sfrutta solo in parte. Nel medio periodo bisogna richiamare investimenti con politiche fiscali intelligenti. Nel lungo periodo, invece, la strada è chiara: servizi, digitalizzazione, alta tecnologia, manifattura di qualità e capacità di vendere prodotti insieme ai servizi. È lì che si gioca la partita della crescita».
Nel libro c’è anche una riflessione sul linguaggio pubblico, sui giornali, persino sui titoli.
«Sì, perché comunicare bene significa saper cogliere il clima di un momento senza rinunciare alla profondità. Un titolo deve essere efficace, ma anche onesto. In redazione conta la sintesi, il confronto, la sensibilità di squadra. A Libero lo decidiamo nella riunione serale. Arriviamo dalla scuola di Feltri: i titoli sono sempre chiari, efficaci. È un mestiere che s’impara osservando chi lo sa fare meglio. E alla fine il giornalismo ha un compito semplice e difficile insieme: raccontare il presente con chiarezza».
E il titolo su Trump?
«Trump è un caso da manuale della comunicazione contemporanea. È uno dei paradossi del nostro tempo: avere voce non basta, bisogna saperla dosare. Lo rifarei? Certo».
Le “conversazioni” di Idea: tanti argomenti, tutti invitati
La presentazione del libro di Senaldi rappresenta il primo appuntamento di un calendario che proseguirà nei prossimi mesi, con una serie di incontri fino all’autunno inoltrato. “IDEA Talks” darà spazio all’attualità, a generi differenti, dai romanzi alla saggistica, proponendo incontri con autori, giornalisti e protagonisti del dibattito contemporaneo. Ogni ospite sarà invitato a portare alle persone una proposta, un’esperienza o una visione capace di generare domande e confronto. Tra i nomi già confermati, a dimostrazione della varietà del calendario, ci sono l’imprenditrice Alessia Bertolotto e la scrittrice Donatella Signetti, lo sciatore e commentatore tv Paolo De Chiesa, il docente universitario Filippo Monge, il podcaster Lorenzo Baravalle e i giornalisti Fabrizio Brignone e Alberto Gedda.


|
|






