Devo, in un certo senso, ringraziare la Brexit. Nel borsello, insieme ai documenti di viaggio, avevo infilato una mappa di carta di Londra. Pensavo sarebbe rimasta inutilizzata. Invece, fuori dall’Unione Europea, il roaming è tornato a ricordarmi che la tecnologia ha anche un prezzo. Così, per tre giorni, ho lasciato i dati mobili spenti. Quella mappa è tornata a fare il suo mestiere. L’ho aperta, richiusa, ripiegata male. Ho sbagliato strada un paio di volte. Ma ho alzato gli occhi. Ho osservato la città invece del puntino blu sullo schermo. Mi sono accorto che orientarsi è diverso dall’essere guidati. Non è stata una rivelazione contro la tecnologia. Sarebbe una conclusione facile quanto sbagliata. È stata, piuttosto, una piccola lezione sul valore dell’autonomia, sull’importanza di conservare capacità che rischiamo di delegare agli strumenti che utilizziamo ogni giorno. Ho ritrovato anche un tempo diverso con la mia famiglia. Non necessariamente migliore. Più presente.
A meno di ventiquattr’ore dal rientro, ho ascoltato Luigi Giordano aprire l’assemblea del Gruppo Giovani Industriali di Cuneo con una domanda nata in famiglia. Le figlie gli avevano chiesto: «Perché la bolla di sapone è rotonda?». Una curiosità da bambini diventava l’incipit di una riflessione sull’impresa.
La risposta appartiene alla fisica: la sfera è la forma che racchiude il massimo volume con la minima superficie. È l’equilibrio più efficiente che la natura abbia trovato. Ma, uscendo dalla sala, continuavo a pensare che quella domanda dicesse qualcosa anche al di fuori della fisica.
Forse stiamo attraversando un tempo nel quale il problema non è crescere, correre o connettersi di più. Il problema è trovare la forma capace di tenere insieme ciò che conta. Una forma che non coincide con la dimensione, ma con l’equilibrio. Vale per un’impresa che continua a interrogarsi sul proprio modello di sviluppo. Vale per un’università chiamata a raccogliere un’eredità e a immaginare il futuro senza rinnegare la identità. Vale per una famiglia nella quale culture diverse imparano a convivere. Vale per una comunità che ha bisogno del lavoro stagionale e si misura con il dovere di un’accoglienza all’altezza della propria storia. Vale per una società sportiva che persevera nel progetto finché trova partner pronti a riconoscersi in quella visione.
A guardarle una per una sembrano storie lontane. In realtà rispondono tutte alla stessa domanda. Quale forma permette di durare? Quale equilibrio consente di crescere senza disperdere ciò che rende un’esperienza, un’istituzione o un territorio riconoscibili?
Forse è questo il filo che attraversa le pagine di questo numero di Rivista IDEA. Non troverete formule valide per ogni stagione. Troverete persone che, in contesti molto diversi, stanno cercando una risposta. Perché, in fondo, la forza di una bolla di sapone non sta nella perfezione. Sta nell’equilibrio.
E gli equilibri, come le mappe di carta, non smettono mai di insegnare.


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